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Nucleare in Lituania: una storia particolare, eppure paradigmatica

Il disastro di Fukushima ha avuto l’effetto di riaccendere il dibattito a livello Europeo sul nucleare, riproponendo all’opinione pubblica una serie di situazioni e casi nazionali poco noti, come per esempio quello della Lituania. Molti nostri lettori sicuramente conoscono la situazione della Francia, più volte da noi analizzata, ma probabilmente non conoscono il caso dell’altro stato Europeo che fino a pochissimo tempo fa otteneva gran parte del suo fabbisogno elettrico (fino al 70%) da una centrale atomica, ossia la Lituania, prima che la sua unica centrale venisse chiusa a fine 2009. Lo stato baltico è un caso con interessanti implicazioni che vedremo meglio di seguito.

Nucleare in Lituania: una storia particolare, eppure paradigmatica

Come sapete, tradizionalmente la nostra posizione sul nucleare è – per usare un eufemismo – fortemente critica. Crediamo sia il classico “problema senza soluzione” (gestione scorie, smantellamento, costi indiretti, eredità lasciate alle generazioni future in primis) e – soprattutto nel caso dell’Italia di oggi – una scelta perdente da ogni punto di vista.

Tuttavia, il caso lituano ci apre una prospettiva nuova: quella dei costi della dipendenza dal nucleare, dei costi economici, sociali e geo-politici che si incontrano a fine vita nelle centrali e che sono tanto più alti quanto è maggiore il peso del nucleare nell’energy mix di un paese. Una dipendenza che fa sì che il nucleare si perpetui, creando esso stesso i presupposti (ed a volte solo il mito) della sua indispensabilità. Del resto, se avessimo centinaia di migliaia di occupati nel nucleare, come potremmo decidere di farne a meno un giorno?

Una lettura interessante anche perché spiega quale sia la vera posta in gioco del nucleare, che può facilmente diventare una strada senza ritorno.

Una nostra lettrice, Jurate Pasekaite, ci ha egregiamente ricostruito la storia del nucleare nel suo paese di origine, la Lituania. Che ha tante sfaccettature, incluso quella del non tornare sotto la sfera d’influenza della Russia.
Ringraziando Jurate, ricordiamo che errori ed omissioni sono però da imputarsi esclusivamente a noi.

Breve storia del nucleare in Lituania

La centrale nucleare di Ignalina (abbrev. IAE) è l’unica centrale nucleare presente negli stati baltici. Il suo reattore era il più grande al mondo, primato registrato sul Guinness dei primati, nel momento in cui iniziò la sua costruzione, nel 1975. Situata nella zona orientale della Lituania, vicino al confine con la Bielorussia, la centrale nucleare di Ignalina era stata progettata per provvedere alle necessità energetiche non solo dell’URSS, ma anche del Nord – Ovest Europa..
Nel 1982 nella costruzione della centrale nucleare lavoravano 11.286 persone. Accanto all’impianto, per ospitare i lavoratori della Centrale, era stata costruita la città di Visaginas.

Nel 1983 ha iniziato a operare il primo reattore e nel 1987, l’anno dopo Chernobyl, un secondo reattore.

L’importanza della Centrale nucleare di Inalina nell’ambito del sistema energetico nazionale divenne ancora maggiore dopo la riconquista dell’indipendenza da parte della Lituania. Con il crollo dell’URSS e l’acquisita indipendenza, la centrale nucleare di Ignalina passò alla giurisdizione della Lituania e così quest’ultima diventò il 31esimo stato nel mondo a utilizzare l’energia nucleare per la generazione dell’ energia elettrica. Ignalina produceva il 60 per cento di energia elettrica lituana, all’indomani della riconquista dell’indipendenza, nel 1991. Nel 1993 Ignalina produsse una quantità record di energia elettrica – l’88,1 per cento dell’elettricità necessaria in Lituania. Questo dato è stato registrato anch’esso nel Guinness dei primati come il più grande contributo alla produzione di energia elettrica comune nella storia del nucleare del mondo. La potenza di ognuno dei reattori era di 1.500 MW. Nel 2008, poco prima della chiusura, Ignalina produceva circa il 70% del fabbisogno di energia elettrica lituano.

Nell’ambito del Trattato di adesione della Lituania all’Unione europea, era prevista la chiusura della centrale nucleare di Ignalina – ritenuta dall’UE insicura per un design analogo a quello di Chernobyl e la mancanza di una adeguata struttura di contenimento – come una delle condizioni necessarie per far parte dell’UE. Parallelamente, era stata prevista la possibilità di costruirne una nuova – più moderna e più sicura. La Lituania rispettando il parere della comunità internazionale, nel 2000 ha adottato la legge sullo smantellamento della 1° unità della centrale nucleare di Ignalina e il 31 dicembre 2009 Ignalina ha smesso di operare e di produrre energia elettrica. Attualmente vi lavora solo una frazione del personale, per la messa in sicurezza delle scorie e iniziare le operazioni di smantellamento. La Lituania, nel frattempo, è diventata importatrice, da esportatrice, di energia elettrica ed il costo dell’elettricità ha subito un’impennata del 30% per la popolazione Lituana, già alle prese con i postumi di una recessione che ha colpito duro anche su questa sponda del Baltico.

Dibattiti scaturiti
La popolazione orientale (e non solo) della Lituania, fortemente dipendente dalla centrale dal punto di vista economico, è stata contraria alla chiusura della Centrale. Inoltre, come anticipato, si pone il problema della dipendenza energetica: il solo reattore 1 garantiva il 90% del fabbisogno energetico nazionale e l’impianto permetteva alla Lituania di esportare energia ai paesi vicini,  cosa importante per un Paese privo di risorse naturali. Le conseguenze economiche della chiusura della centrale sono state notevoli: perdita di posti di lavoro, aumento (stimato in oltre il 30%) delle bollette elettriche, aumento dell’inflazione, perdita di quel punto percentuale di PIL costituito dall’esportazione di energia. A tutto ciò si aggiungano i costi derivanti dal processo di smantellamento della centrale (che terminerà nel 2029): 3 miliardi di dollari dei quali si dovrà far carico (per la verità solo in parte, visto gli aiuti comunitari che finora anno raggiunto circa il miliardo di dollari) il governo di Vilnius.

Perché nucleare?
Appena possibile la Lituania ritornerà al nucleare: secondo dati statistici, insieme agli svedesi ed agli slovacchi, i lituani sono i più propensi in Europa all’utilizzo di tale tecnologia.
Dalla sua indipendenza, la Lituania non è riuscita a integrarsi nella rete energetica del mondo occidentale. Sebbene la Lituania, specialmente a partire dall’entrata nell’Unione Europea abbia rinforzato i propri legami politici con l’Occidente, per quanto riguarda l’approvvigionamento del petrolio e del gas è rimasta dipendente da Mosca. L’energia nucleare è quindi considerata da queste parti come una misura che consentirebbe alla Regione di sbarazzarsi dalla dipendenza da fonti energetiche della vicina Russia. A questo proposito, un nuovo progetto prevede la costruzione di Visaginas Nuclear Power Plant (abbreviazione VAE) – una nuova centrale nucleare che andrà a sostituire il vecchio impianto di Ignalina, in cui quotidianamente lavorano più di 2000 lavoratori, smantellando i reattori sigillati, e controllando più di 20mila barre di combustibile nucleare esaurito, operazioni che dureranno almeno un ventennio.

Visaginas: una questione complicata

Da un lato la costruzione di Visaginas ha dei presupposti oggettivi:
• Dopo la chiusura delle vecchie centrali, è previsto a partire dal 2015 in tutta la regione baltica un deficit di energia elettrica e un ulteriore aumento della dipendenza dall’estero, dalla Russia in particolare;
• Al fine di ridurre la dipendenza del Baltico dalle importazioni russe, è necessario investire in nuova capacità produttiva nella regione (il 65% del fabbisogno energetico lituano viene attualmente soddisfatto dall’impianto Lietuvos Elektrine di Vilnius, alimentato principalmente da gas proveniente interamente dalla Federazione Russa. In totale, Mosca fornisce il 90% del fabbisogno di metano del paese baltico);
• Stime del Governo Lituano affermano che anche con i costi di costruzione del nuovo impianto, l’energia elettrica prodotta dall’energia nucleare sarà più conveniente che l’elettricità prodotta da gas o di petrolio (qui c’è la classica questione che i costi del nucleare non finiscono coi costi di costruzione e di messa in esercizio delle centrali, ndr);
• La continuità di energia nucleare contribuirà a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili stranieri e a prevenire a eventuali interruzioni dell’approvvigionamento;
• utilizzare l’energia nucleare aiuterà Vilnius a ridurre le emissioni di CO2 nell’ambiente (per conformarsi agli standard dell’UE) almeno rispetto ad una soluzione basata sulle centrali a carbone.

I nodi di Visaginas:
Anche se la volontà politica ed il consenso popolare non mancano in Lituania, è difficile nel contesto attuale trovare investitori in una nuova centrale nucleare, il cui costo sarà pari a circa 3-5 miliardi di euro. La Korea Electric Power si è improvvisamente ritirata dalla competizione. Prima del disastro a Fukushima, il viceministro per le questioni energetiche R. Švedas aveva visitato il Giappone ed ha cercato di attirare i potenziali investitori per la costruzione della nuova centrale nucleare in Lituania.
In Germania ed in diversi altri paesi sta crescendo l’opposizione al nucleare, mentre l’Unione Europea chiede che tutti i paesi dell’Ue effettuano, su base volontaria, test di resistenza su tutte le 143 centrali nucleari europee, e che questi dovranno includere anche i rischi «da attacchi terroristici». Ma la Lituania non arretra.

Il sostegno di Vilnius all’energia nucleare può essere più pronunciato che in altri paesi, ma non è insolito, è anzi comune nei Paesi, come la Francia, dove esiste una oggettiva dipendenza dal nucleare per fare fronte al proprio fabbisogno energetico ed esiste un forte indotto (pagato dallo Stato, ossia dai contribuenti) e una attrezzata lobby nucleare.
Con l’aiuto dell’UE, la Lituania spera di potere terminare la costruzione sia di un terminale del gas naturale liquido sulla costa del Mar Baltico, sia di un gasdotto con la Polonia e la Svezia per collegare la rete elettrica.
Tuttavia, la pietra angolare del piano di indipendenza energetica del paese è la centrale nucleare, che entro il 2020 provvederebbe al 51 per cento del fabbisogno energetico del paese, rifornendo le vicine Lettonia ed Estonia, anche loro dipendenti dal gigante russo Gazprom, pena il loro ritorno sotto la sfera d’influenza di Mosca.

In ogni caso, se la Lituania non costruirà la centrale a Visaginas, ciò sarà fatto dai suoi vicini, Bielorussia e Russia, che secondo le ultime notizie prevedono la costruzione di due centrali nucleari ai due lati della Lituania, una ad est, vicino al confine Lituano-Bielorusso, e l’altra ad ovest nell’enclave Russa di Kaliningrad.

Jurate Pasekaite

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Manlio