🌿 Le piante sentono dolore? La teoria che divide la scienza (e cambia il nostro modo di guardare un albero)
Nuovi studi riaprono il dibattito su coscienza e sensibilità nel mondo vegetale.

Se potessimo ascoltare un prato appena tagliato… sentiremmo un “ahia”? La domanda può sembrare da cartone animato, eppure negli ultimi anni è tornata seriamente nei laboratori di biologia. Alcuni ricercatori sostengono che le piante siano molto più “sensibili” di quanto immaginiamo. Altri invitano alla prudenza: reagire non significa soffrire. Una nuova teoria – sostenuta e criticata con vigore – sta segnando un confine affascinante tra biologia, neurofisiologia e filosofia della coscienza vegetale. Ma cosa dice davvero la scienza? E soprattutto: una pianta può provare dolore?
Sommario

Le piante reagiscono agli stimoli (questo è certo)
Partiamo dai fatti. Le piante:
- percepiscono luce, gravità, umidità e sostanze chimiche
- comunicano tra loro attraverso segnali chimici volatili
- reagiscono a ferite e attacchi di insetti
- attivano meccanismi di difesa sofisticati
Uno studio pubblicato su Science nel 2018 dal gruppo di Daniel Chamovitz (Fonte: Plants are intelligent; now what?) ha dimostrato che le piante possiedono complessi sistemi di percezione ambientale, paragonabili – per funzione – ai nostri sensi, pur essendo strutturalmente diversi.
Nel 2023, ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno pubblicato su Cell uno studio (Fonte: Sounds emitted by plants under stress are airborne and informative) sorprendente: le piante stressate (per siccità o taglio) emettono ultrasuoni rilevabili. Non sono urla, ma segnali fisici misurabili.
🌿 Ma reagire non significa soffrire
Qui entra in gioco la distinzione cruciale.
Il dolore, in senso biologico, richiede:
- Nocicettori cioè recettori specializzati nel rilevare danni
- Sistema nervoso centrale
- Cervello in grado di elaborare l’esperienza
- Coscienza soggettiva
Le piante, ricordiamolo, non possiedono neuroni né cervello.
Secondo la maggioranza dei neurobiologi, tra cui il filosofo della mente Peter Godfrey-Smith, il dolore è un’esperienza cosciente che implica integrazione neurale complessa (Fonte: Do Plants Feel Pain?, Lectio Magistralis on Sciendo, 2020). Senza cervello, non può esistere esperienza soggettiva.
La teoria della “neurobiologia vegetale”
Il dibattito si è acceso nel 2006 con la nascita del filone chiamato plant neurobiology, promosso dal biologo italiano Stefano Mancuso.
Secondo questa visione:
- Le piante possiedono reti di segnalazione elettrica simili agli impulsi nervosi
- Le radici agirebbero come una “rete distribuita”
L’intelligenza vegetale sarebbe diffusa, non centralizzata. Mancuso e altri ricercatori hanno mostrato che le piante trasmettono segnali elettrici lungo i tessuti vascolari, in modo sorprendentemente rapido.
Tuttavia, nel 2007 un gruppo di scienziati pubblicò (Fonte: Plant neurobiology: an integrated view of plant signaling, Trends on Plant Science, 2006) un articolo critico sostenendo che usare il termine “neurobiologia” per le piante sia fuorviante, perché mancano strutture neuronali.
Il nuovo studio che riapre la discussione
Nel 2023–2024 nuovi studi hanno analizzato la capacità delle piante di integrare segnali multipli e decidere risposte adattive complesse. In particolare, una review (Fonte: Plant Signaling, Behavior and Communication, Plants, 2024) ha evidenziato come le reti di segnalazione elettrica e chimica siano molto più articolate del previsto.
Alcuni ricercatori ipotizzano che esista una forma primitiva di ‘proto-coscienza biologica’, intesa non come esperienza soggettiva, ma come capacità integrata di elaborazione.
Ma attenzione: non esistono prove che le piante provino dolore nel senso umano o animale del termine.
Allora cosa sta succedendo davvero?
Il dibattito non riguarda tanto il “dolore” quanto una domanda più ampia: dove inizia la coscienza nella scala della vita? La questione tocca:
- biologia evolutiva
- neuroscienze
- filosofia della mente
- etica ambientale
E soprattutto cambia il modo in cui guardiamo una foresta.
Implicazioni etiche (senza estremismi)
Dire che le piante reagiscono non significa che soffrano come noi. Ma significa che sono organismi sofisticati, dotati di:
- memoria molecolare
- apprendimento adattivo
- comunicazione interspecifica
E questo rafforza l’idea di rispetto ecologico, senza cadere nel sensazionalismo.
Conclusione: il prato non grida, ma è tutt’altro che passivo
Le piante non sentono dolore come lo intendiamo noi.
Non hanno cervello, né sistema nervoso centrale.
Ma sono esseri viventi straordinariamente complessi, capaci di percepire, reagire, comunicare e adattarsi in modo sorprendente.
Forse la vera rivoluzione non è attribuire loro emozioni umane, ma imparare a riconoscere la loro forma unica di intelligenza biologica.
E la prossima volta che annaffi una pianta… potresti farlo con un pizzico di meraviglia in più.
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Ultimo aggiornamento il 24 Febbraio 2026 da Rossella Vignoli
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