La plastica e l’oceano, è ormai un connubio indissolubile

di Alessia del 21 Dicembre 2011

Era il 1997 quando un ex marinaio di nome Charles Moore durante una regata fece un’incredibile scoperta: un’isola galleggiante di rifiuti di plastica che si estendeva a circa 500 miglia dalle coste della California fino ad arrivare quasi al Giappone. Un’area immensa con una superficie pari a 4.909.000 Km² e una profondità di 30 metri in un’area poco trafficata dalle imbarcazioni e per questo rimasta ignota per tutti questi anni.

La plastica e l’oceano, è ormai un connubio indissolubile

La scoperta lo turbò così tanto che da allora decise di diventare un attivista ambientale e fondò Algalita, una fondazione di ricerca marina. Gli esperti hanno anche dato un nome a questo ammasso ignobile di spazzatura: “Pacific Trash Vortex”, gorgo di immondizia dell’Oceano Pacifico. Questo agglomerato costituito per lo più da plastica si trova in una zona particolare dove agisce la North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica che presenta un movimento a spirale capace di raccogliere qualsiasi cosa incontri. Quindi anche i rifiuti.

Ed è così che dagli anni ’50 tutti i rifiuti di plastica lentamente si sono incastrati l’uno sull’altro dando vita a questo gigantesco mostro.

La plastica, come sappiamo, ha dei tempi di decomposizione estremamente lenti e contiene sostanze altamente nocive per la vita delle specie marine al punto che numerosi biologi hanno rintracciato nell’apparato digerente degli uccelli marini dei frammenti di plastica.

Questi ultimi difatti confondono tali particelle che all’apparenza risultano simili allo zooplancton per cui spesso muoiono a causa delle enormi quantità di plastica ingerita. Spesso questo ammasso tende ad avvicinarsi alle coste e si rendono necessari interventi di pulizia ed è incredibile la varietà di oggetti che vengono rinvenuti. In più negli anni si sono verificati anche grandi incidenti che non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

Ricordiamo ad esempio nel 1990 quando dalla nave Hansa Carrier caddero in mare 80.000 paia di scarpe, mentre nel 1992 fu la volta di migliaia di vasche da bagno giocattolo. Solo solo due anni più tardi saranno moltissime attrezzature da hockey.
Ma come è possibile che sia potuta accadere una cosa simile?

Di certo non si tratta di rifiuti gettati in mare dalle navi in transito, poiché la loro mole supera ogni aspettativa. Alcuni giornalisti negli anni hanno tentato di indagare, mettendo spesso a repentaglio la loro stessa vita. Attraverso un’analisi delle correnti oceaniche si è arrivati a supporre che tali rifiuti possano arrivare solo dal Nord, dal Mare di Bering.

Su quello stretto si affacciano solo l’Alaska e la Russia, ma è ben noto che l’Alaska si sia sempre distinta per le sue battaglie in favore dell’ambiente per cui l’unico stato potenzialmente responsabile si presume possa essere la Russia, dove i controlli in materia sono davvero scarsi. Tuttavia ribadiamo che si tratta solo di supposizioni.
Allo stato attuale un altro problema si pone agli occhi di tutti noi: che fine faranno tutti questi rifiuti?

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Dal Forum di Tuttogreen:

 

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Francesca settembre 13, 2012 @ 5:41 pm

ma c’è proprio niente da fare oppure non si vuole fare nulla…???
ci sara poi una soluzione… è plastica (tanto si purtroppo) ma è riciclabile…!?!
se si vuole fare qualcosa per cercare di alleviare questa situazione secondo me si può;
se nessuno vuole fare niente allora è un’altra cosa… peccato che non dispongo di nessun mezzo
per potere fare qualcosa… altrimenti sarei stata la prima ad andare li

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