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Microcredito: quanto è veramente ecologico? Il microcredito verde, unico sviluppo sostenibile

Un recente articolo di Joanna Zelman su DesmogBlog poi ripreso dall’Huffington Post ha proposto alcuni interrogativi importanti sulla vera natura verde del microcredito, o microfinance: un modello di finanziamento che prevede l’erogazione di piccoli prestiti a clienti a basso reddito, consentendo loro di sviluppare piccole imprese.

Microcredito: quanto è veramente ecologico? Il microcredito verde, unico sviluppo sostenibile

Un modello che è stato celebrato negli anni, con l’apogeo nel 2006, quando al suo ideatore, il “banchiere dei poveri” Muhammad Yunus e alla sua creatura, la Grameen Bank, venne assegnato il Premio Nobel per la Pace. Di Yunus e del microcredito abbiamo già parlato in passato e c’è un bel libro (Il banchiere dei poveri, uno dei libri green da non perdere per la nostra generazione) che ne narra la vicenda.

Ora il tema di cui si discute non riguarda le recenti vicende di Yunus, estromesso dalla banca da lui stesso fondata, vicenda che meriterebbe un approfondimento a parte, bensì gli effetti ultimi sulla popolazione delle aree dove è divenuto popolare il meccanismo del microcredito: se quest’ultimo tolto molte persone dalla povertà, la proliferazione di lavori basati su pratiche dannose per l’ambiente può alla fine dei conti peggiorare la situazione di un destinatario del prestito.

Un rapporto di GreenMicrofinance e della Inter-American Development Bank, “The Missing Bottom Line: Microfinance and the Environment”, ha stabilito che un grande numero di microimprese è in grado di creare un impatto negativo significativo sull’ambiente.

Ci sono tre aree principali in cui le attività di microimpresa hanno l’impatto per l’ambiente: l’uso insostenibile delle risorse naturali, l’inquinamento (aria, acqua e rifiuti solidi), e infiine la salute e la sicurezza professionale.

Gli impatti ambientali specifici derivanti dall’attività di microimpresa dipendono da una serie di fattori, come ad esempio il metodo di produzione (ad esempio, combustioni o attività minerarie o scavi), gli input produttivi (ad esempio, fertilizzanti chimic, pesticidi), le tecnologie di produzione inefficienti (che porta al sovrautilizzo dei fattori produttivi naturali), i rifiuti o gli output (legname, o alcune specie in via di estinzione).

Lo studio ha quindi concluso che, se i microimprenditori possono contribuire al degrado ambientale, ne sono anche le vittime, essendo la parte di popolazione mondiale maggiormente messa a rischio dal cambiamento climatico.
Se ci pensiamo, non manca una triste ironia in tutto ciò. Il microcredito è sorto come un modo per aiutare i poveri, ma i poveri sono spesso quelli più colpiti dai cambiamenti climatici. Tuttavia, alcuni programmi di micro finanza in realtà contribuiscono ulteriormente al cambiamento climatico … il che, di nuovo, può colpire in modo sproporzionato le popolazioni povere.

Chiaramente, queste “scoperte” non intendono certo sminuire il ruolo del microcredito nel risollevare popolazioni altrimenti destinate al sottosviluppo: innumerevoli persone hanno cambiato la loro vita in meglio grazie all’istituto del microfinance.

Piuttosto, evidenziano come le organizzazioni che erogano microcrediti devono promuovere progetti verdi in primis e devono essere attori ancora più presenti e propositivi del cambiamento. Il microcredito verde deve trovare la sintesi tra il benessere individuale e collettivo nel rispetto dell’ambiente.

Un esempio concreto: lo studio sopraccitato evidenzia come i clienti del microcredito in tutto il mondo utilizzano una maggior quantità di energia per cucinare e illuminare gli ambienti. Passando dal cherosene a LED (diodo ad emissione luminosa), i paesi in via di sviluppo potrebbero saltare le tecnologie intermedie passando direttamente alle fonti di energia pulita, senza gli effetti negativi sull’ambiente dello sviluppo economico.

Un articolo dell’Economist ha anche evidenziato come diverse aziende stiano offrendo soluzioni creative di efficienza energetica per i poveri. Ad esempio, Selco Solar incoraggia i clienti a utilizzare delle macchine da cucire basate sull’energia solare come uno strumento per generare nuovi redditi. Il loro laboratorio sta sperimentando un nuovo essiccatore ibrido per banane.

Altro esempio: la Grameen Shakti, una filiale della Grameen Bank, è stata costituita appositamente per gettare luce sulle opportunità offerte dalle energie rinnovabili nelle zone più remote del Bangladesh. Secondo l’organizzazione Climate Change Corp, la Grameen Shakti offre a prezzi accessibili sistemi solari domestici alle popolazioni rurali attraverso un approccio flessibile al credito e incoraggiando nel frattempo ogni cliente a piantare cinque alberi. Nel 2008, si riferisce, sono state alimentate oltre 135.000 case e piantati tre milioni di alberi.

Interessante anche l’indotto lavorativo e il patrimonio di competenze sviluppate: circa mille giovani locali sono stati formati e hanno trovato lavoro come tecnici per l’installazione, il funzionamento e la manutenzione degli impianti solari.

Che si tratti di un essiccatore banana ibrido o un negozio di riparazione alimentato a energia solare, il microcredito verde offre l’opportunità di dare più potere alle persone e contemporaneamente lottare contro il cambiamento climatico. È giunto il momento per chi guida il carrozzone del microcredito di assicurarsi che la corsa sia quella ecologica.

Ci vuole un salto di qualità in termini di approccio, conoscenze e sensibilità, anche da parte di chi eroga il microcredito e ne detta le policy.

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