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Rio+20: come è andata?

A pochi giorni dalla chiusura dei lavori del summit internazionale Rio+20 che si è tenuto a Rio de Janeiro lo scorso giugno, i media cominciano a tracciare un primo bilancio dell’evento e nel mondo ci si chiede se l’occasione sia stata colta dai potenti della terra per adottare una politica ambientale comune che sappia fornire risposte concrete e adeguate alle tante emergenze che affloggono il pianeta.

Rio+20: come è andata?

Uno dei primi ad essere intervenuto sulla questione è stato il direttore generale del WWF, Jim Leape, che ha commentato con molto amarezza l’esito della conferenza, definendola, di fatto, “l’ennesima occasione sprecata”.

Un’occasione – sempre secondo Leape – in cui i leader politici chiamati a riunione hanno perso di vista ancora una volta i veri obiettivi di quella che doveva essere una conferenza sulla vita. Ancora più netta la posizione di Climate Action Network, i cui esponenti hanno riferito che “non ci si può permettere il lusso di assistere a conferenze in cui non si decide nulla e si rimandano gli impegni“.

Di fatto, Rio+20 ha sancito una netta frattura tra la società civile – rappresentata da 200 associazioni, sindacati, esponenti del mondo scientifico, leader delle popolazioni indigene – ed i rappresentati politici, che durante i giorni del summit sono stati letteralmente assediati da manifestanti provenienti da tutto il mondo. E nonostante i pareri positivi espressi dai rappresentati degli stati convocati, i veri protagonisti sono stati gli assenti illustri, a cominciare dal presidente americano Barack Obama.

Ma veniamo ai fatti. Quello che è stato prodotto in seno alla conferenza è un documento finale che assomiglia molto ad un elenco di buoni propositi e poco ad un progetto concreto. Il titolo scelto per siglare questo documento è “Il futuro che vogliamo” ma per il momento sembra avvolta d’incertezza più che orientato ad azioni concrete. Le potenziali strategie adottabili non sono supportate da indicazioni precise, target, strumenti operativi e – cosa ancora più importante – da risorse economiche per metterle in atto.

Il futuro del pianeta, dunque, è sempre più una partita destinata a giocarsi sul tavolo dei mercati legati alla green economy.

Nonostante il sostanziale ‘nulla di fatto’, non sono mancate le polemiche. Per quanto concerne il tema relativo all crescita demografica e  difesa dei diritti umani, gli Stati Uniti hanno chiesto che si mettesse a verbale la mancata indicazione nel testo sulla difesa del diritto riproduttivo delle donne. Una richiesta che ha fatto infuriare il Vaticano il quale si era battuto proprio per dissentire da questa specifica e ha proclamato l’importanza della famiglia come unico parametro di riferimento per orientare la difesa dei diritti umani.

Il Venezuela ha invece espresso molte riserve sui possibili tagli ai sussidi sui combustibili fossili, definendoli addirittura “limiti alla sovranità”. Proprio per questo motivo, nel testo finale, sull’argomento si è stato praticamente glissato e si è fatto riferimento solo ad una vaga possibilità di chiudere i finanziamenti alle fonti energetiche di origine fossile (carbone e petrolio), nonostante rappresentino un micidiale fattore di inquinamento, responsabile degli stravolgimenti climatici degli ultimi decenni.

I leader riuniti a Rio de Janeiro hanno indicato il 2015 come data per l’inizio delle azioni mirate al raggiungimento degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, che sostituiranno gli “Obiettivi di sviluppo del Millennio”, fissati dall’ONU nel 2000 e la cui definizione sarà, però, oggetto di futuri e complessi negoziati.

I paesi emergenti, inoltre, avevano chiesto un finanziamento pari a30 miliardi di dollari per perseguire gli obiettivi di sostenibilità, ma nel testo sottoscritto non sono indicate cifre.

I segnali positivi? Per la prima volta è apparsa una definizione – anche se molto generica – di green economy. Nel testo si legge semplicemente che questa deve rientrare nei principi dello sviluppo sostenibile, che deve essere coerente con le strategie e gli impegni già assunti e deve essere consistente con le leggi internazionali, rispettando, in particolare, il principio di sovranità nazionale.

Tutti buoni consigli ma mancano delle vere e proprie procedure operative per quanto riguarda l’aspetto normativo/istituzionale pertinente ad ogni stato. Nel documento sottoscritto dai leader del mondo si dice, infatti, che:  “il riferimento istituzionale per lo sviluppo sostenibile deve integrare i tre aspetti della sostenibilità (economico, sociale e ambientale) in armonia con lo spirito di cooperazione internazionale tra i paesi aderenti e nel quadro istituzionale esistente, ovvero la struttura delle Nazioni Unite” (Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Consiglio Economico e Sociale – UNEP – Istituzioni finanziarie internazionali – Istituzioni governative e intergovernative regionali e locali).

Infine, si chiarisce in maniera piuttosto esplicita che non verranno definiti obiettivi o azioni di sviluppo sostenibile ma si rimanda qualsiasi scelta a un futuro negoziato moderato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ma se i grandi della terra continuano a perdere tempo prezioso in chiacchiere, la società civile non intende assecondarli. Con 500 eventi collaterali svolti trasversalmente alla conferenza, sono state concordate o avviate circa 700 proposte di progetti che, se avessero un reale seguito operativo, comporterebbero la mobilitazione di risorse finanziarie per 513 miliardi.

L’evento clou è stato il “Congresso sulla Giustizia, la Governance e le Leggi per la sostenibilità dell’ambiente”, dove si è discusso di problemi di diritto ambientale internazionale, di tutela delle risorse naturali, di diritti umani e di corruzione. Il Congresso è stato preceduto da un importante convegno focalizzato sulle azioni per lo sviluppo sostenibile a cui hanno partecipato molti imprenditori privati che si sono già impegnati ad abbracciare modelli di sviluppo sostenibile in seno alle proprie attività industriali, commerciali e produttive.

Dunque, a distanza di vent’anni, il “futuro che vorremmo” non è stato neppure immaginato ma la società sembra essere determinata a riscattarlo con le tutte le sue forze.

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Erika Facciolla

Giornalista pubblicista e web editor free lance. Nata a Cosenza il 25 febbraio 1980, all'età di 4 anni si trasferisce dalla città alla campagna, dove trascorre un'infanzia felice a contatto con la natura: un piccolo orticello, un giardino, campi incolti in cui giocare e amici a 4 zampe sullo sfondo. Assieme a lattughe, broccoli e zucchine coltiva anche la passione per la scrittura e la letteratura. Frequenta il liceo classico della città natale e dopo la maturità si trasferisce a Bologna dove si laurea in Scienze della Comunicazione. Dal 2005 è pubblicista e cura una serie di collaborazioni con redazioni locali, uffici stampa e agenzie editoriali del bolognese. Nel 2011 approda alla redazione di TuttoGreen con grande carica ed entusiasmo. Determinata, volitiva, idealista e sognatrice, spera che un giorno il Pianeta Terra possa tornare ad essere un bel posto in cui vivere.

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