Singapore e i 4 pilastri della gestione idrica

di Claudio Riccardi del 28 giugno 2013

E’ la città-stato moderna per antonomasia, opulenta e tecnologica, ammirata da alcuni per la perfetta organizzazione di tutti i servizi, criticata da altri per il suo sistema giudiziario severo ed inflessibile ed altri aspetti da “democrazia illiberale”. Si tratta di Singapore, ex-colonia britannica, situata nelle immediate vicinanze dell’equatore, una piccola isola con una superficie di  710 kmq e una popolazione intorno ai 5 milioni di abitanti, con una sfida perenne da vincere: l’approvigionamento di acqua potabile.

L’acqua, infatti, è sempre stata una sfida per questa città-stato, polo commerciale e finanziario strategico circondato dal mare, ma purtroppo priva di falde acquifere naturali, di grandi fiumi o laghi, e con la superficie terrestre che non può raccogliere tutta l’acqua piovana.

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Nonostante questi limiti, Singapore oggi garantisce acqua potabile ad ogni rubinetto. Grazie a decenni di investimenti in avanzate tecnologie e un approccio integrato alla gestione delle risorse idriche, l’agenzia nazionale per la gestione delle acque (PUB) ha trasformato la vulnerabilità di questo angolo di Asia in un asset strategico.

Ci è riuscita integrando il drenaggio e altre funzioni gestionali all’interno di un vero e proprio circuito di efficienza, un cerchio che ha un inizio e una fine.

La strategia idrica si organizza intorno a quattro pilastri: le risorse naturali, l’import, l’acqua potabilizzata e quella desalinizzata. Anzitutto, Singapore è stato uno dei primi paesi a credere nelle potenzialità del recupero dell’acqua scaricata a terra dalle nubi: tra strade e grattacieli si sviluppa una rete di 32 torrenti artificiali e 7.000 chilometri di canali che raccolgono la preziosa risorsa. Il tutto viene conferito in tre grandi serbatoi, due dei quali completati nel 2011. Un altro impianto provvede alla desalinizzazione dell’acqua prelevata dal mare, mentre dalla località malese di Johor si provvede a importare acqua potabile.

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E infine parliamo del capitolo più interessante, di NEWater, ovvero la porzione di acqua che viene potabilizzata. Si tratta di acqua di recupero, finita nello scarico della doccia, del gabinetto o finita del lavandino. Acqua che noni solitamente sprechiamo, qui invece viene sottoposta a un elaborato processo di distillazione, attraverso un sistema brevettato di membrane sintetiche che eliminano anche il batterio più piccolo, filtrando l’acqua. E’ così che NEWater diventa purissima e potabilissima. Persino l’Organizzazione mondiale della Sanità ha dato il via libera alla vendita e al commercio di questo singolare prodotto riciclato.

A Singapore hanno iniziato a utilizzarla per le industrie, poi nelle case e addirittura sulle tavole. Proposta nel formato in bottiglia di plastica, NEWater ha superato le diffidenze iniziali dei consumatori, divenendo un prodotto apprezzato e sempre più diffuso. Tanto che ora il governo punta a coprire con questa soluzione il 50% del fabbisogno idrico della città.

Un esempio per tante altre zone sovrappopolate del nostro pianeta?

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