Allevamenti di visone, ecco anche il loro impatto ambientale

di Elle del 26 dicembre 2012

L’industria delle pellicce difende la propria attività dalle accuse di un notevole impatto sull’ambiente – non potendo difendersi dalle accuse che riguardano gli impatti sulla salute degli animali – sostenendo che la produzione di pellicce sia a basso impatto ambientale e ‘naturale’.

Per questo, organizzazioni non governative come l’olandese Bont voor Dieren, la belga GAIA (Azione Globale per i Diritti degli Animali) e l’italiana LAV (Lega Anti Vivisezione) hanno richiesto un apposito studio per verificare il vero impatto ambientale delle industrie che producono pellicce, con un focus particolare su quelle che allevano visoni: ‘The environmental impact of mink fur production’ è il dossier prodotto a tal fine nel 2011 da un istituto di ricerca olandese, CE Delft.

L’analisi degli allevamenti di visone riguarda soprattutto i due Paesi del Nord Europa, Belgio e Olanda (terzo produttore mondiale), in cui si concentra la produzione di pellicce di visone; in Italia, invece, dove il dibattito riguarda principalmente l’uso delle pellicce nel settore della moda, si riscontrano percentuali relativamente ridotte nella produzione di pelli di visone.

Lo studio ha previsto l’analisi delle varie fasi della catena produttiva: dalla produzione di alimenti per visoni all’allevamento, dallo scuoiamento alla vendita all’asta, dal trattamento delle pellicce al trasporto.
Partendo dalle prime fasi si possono mettere in luce alcuni dati significativi: innanzitutto, bisogna calcolare che per produrre un kg di pelliccia occorrono 11,4 pelli di visone e che, nel corso della sua vita, ogni visone consuma circa 50 kg di alimento, per un totale di quasi 563 kg di alimento per ogni kg di pelliccia.

Rispetto ai tessuti, inoltre, si rileva un maggior impatto ambientale nella produzione di pellicce a causa soprattutto delle emissioni di monossido di azoto e ammoniaca provenienti dalle deiezioni dei visoni, che spesso vanno a confluire in corsi d’acqua vicini.

Insomma, oltre che l’aspetto etico anche la questione dell’impatto ambientale costituisce un motivo in più per rinunciare ad un capo d’abbigliamento cruento e ormai davvero fuori moda.

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