Bonificare il terreno con le piante: il progetto della Valle del Sacco

di Marco Grilli del 29 luglio 2014

Oltre un secolo di industrializzazione selvaggia e scriteriata ha compromesso gravemente il territorio laziale della Valle del Sacco, attraversato dall’omonimo fiume. Eppure c’è una soluzione: bonificare il terreno con le piante.

I danni sono stati causati dalle industrie chimiche produttrici di insetticidi, quali il lindano. Nel 2005, le morie di bestiame e di pesci nel fiume fecero scattare l’allarme. Dalle indagini approfondite sulla contaminazione dell’area emerse una realtà inquietante: per anni erano state accumulate e smaltite a cielo aperto o mediante interramento sostanze altamente inquinanti, quali il β-esaclorocicloesano, prodotto di sintesi del lindano, rinvenuto nel latte dei bovini.

Dopo tali riscontri, nel 2006 fu dichiarato lo “stato di emergenza” e il territorio del bacino del fiume Sacco entrò a far parte dei Siti di bonifica di interesse nazionale (SIN), fino al recente declassamento dell’11 gennaio 2013, accolto da numerose polemiche, che lo ha riaffidato alla sola competenza regionale (SIR).

Oggi, su questo territorio gravemente violentato con pesanti conseguenze non solo per l’ambiente e la salute umana ma anche per le attività agricole e zootecniche, l’Arpa Lazio ha rivelato differenti situazioni di criticità, particolarmente gravi in quei siti con attività industriali sia in esercizio sia in disuso, ricadenti prevalentemente nei Comuni di Frosinone, Ceccano, Ceprano e Patrica.

Una speranza per la decontaminazione della zona arriva ora dall’Università romana di Tor Vergata, poiché i ricercatori dell’Orto botanico stanno sperimentando una pianta erbacea, appartenente alle graminacee, che potrebbe esser in grado di assorbire gli inquinanti presenti nell’area, riuscendo così a completare le operazioni di bonifica necessarie in un periodo previsto in 5-7 anni.

Come spiegato dai ricercatori, questa pianta autoctona sarebbe capace di scendere in profondità e accumulare pesticidi organici e metalli pesanti, ripulendo proficuamente acque e terreni. La graminacea sperimentata, inoltre, avendo un elevato tasso di crescita inalterato per tutte le stagioni, riuscirebbe a produrre biomassa tutto l’anno, così che potrebbe dar vita ad una fiorente economia locale.

Attualmente la sperimentazione è a buon punto, poiché è già stata completata la fase in vitro e si sta ora procedendo a certificare la specie botanica.

La novità del progetto risiede nel riutilizzo delle aree possibile già dopo 5 anni, restituendole alla vocazione agricola pur richiedendo un certo’investimento iniziale, che però si ripaga con le ricadute positive sia dal punto di vista ambientale che occupazionale.

Intanto i dati sull’inquinamento parlano chiaro: lo studio del 2012 sui residenti a Colleferro e Ceccano ha rivelato «livelli significativi di β-esaclorocicloesano in una popolazione nota per esser stata esposta a tale inquinante attraverso alimenti e bevande». Per tali motivi continua la sua battaglia la ‘Rete per la Tutela della Valle del Sacco’ (ReTuVaSa), che da anni è impegnata a denunciare tutte le violazioni ambientali nell’area in questione, in nome del rispetto dei diritti alla salute dei cittadini e alla salubrità del territorio.

Legambiente invoca l’impiego dei fondi europei per procedere alla bonifica totale dei siti contaminati, ma forse la soluzione più efficace per la decontaminazione sarà fornita dalla natura stessa, grazie alla semplice scoperta delle straordinarie proprietà di una graminacea.

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