Iraq e Siria, chi vince avrà il controllo e l’accesso all’acqua

di Marco Grilli del 4 agosto 2014

Gli analisti della sicurezza di Londra e Baghdad ne sono sempre più convinti: l’esito degli attuali conflitti in Iraq e in Siria dipende da chi riuscirà ad avere il controllo  il controllo e l’accesso all’acqua visto che le riserve idriche della regione sono sempre più carenti.

Come ha rivelato al Guardian il direttore del Royal United Services Institute in Qatar, Michael Stephen, in Iraq stiamo assistendo ad una battaglia per il controllo di questo elemento vitale, che sta giocando un ruolo fondamentale nel conflitto in corso. È una questione di vita o di morte, perché mettere le mani sulle riserve idriche garantisce il controllo sia delle città che delle campagne, così che l’acqua è diventata il maggiore obiettivo strategico di tutti i gruppi in lotta.

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Fiumi, canali, dighe, acque di scolo e impianti di desalinizzazione sono diventati dunque l’oggetto della contesa, in questa regione semi-arida chiamata sempre fare i conti con  la carenza idrica.

I combattenti per lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) controllano ora i tratti superiori del Tigri e dell’Eufrate, i due grandi fiumi che scorrono dalla Turchia a nord verso il Golfo persico a sud, fondamentali per l’apporto di acqua e l’agricoltura, e anche per le attività industriali di Iraq e Siria.

Per quanto riguarda l’Iraq, gli analisti concordano nel rilevare che il controllo dell’acqua sarà fondamentale per decidere le sorti del conflitto da una parte o dall’altra. In estate il possesso delle riserve idriche risulta più importante perfino di quello delle raffinerie. Tagliarle significa infatti provocare gravi crisi igienico-sanitarie.

Un ricercatore sulla sicurezza nel Medio-oriente presso il parlamento britannico e la Queen Mary University di Londra, Matthew Machowski, ha spiegato al Guardian che l’Isis controlla attualmente lo sbarramento di Samarra a ovest di Baghdad sul fiume Tigri e l’area intorno alla gigantesca diga di Mosul, nel tratto superiore dello stesso fiume. Gran parte del Kurdistan fa affidamento proprio su questa diga: c’è quindi da aspettarsi che le forze kurde tenteranno di difenderla strenuamente, anche a costo di un cruento combattimento.

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Un’altra situazione critica riguarda la diga Haditha e le sue strutture idroelettriche sull’Eufrate. Attualmente l’esercito iracheno è schierato sul posto per cercare di impedire che anche tale importante opera cada nelle mani dei ribelli dell’Isis, che se la conquistassero potrebbero accaparrarsi il controllo di gran parte dellelettricità del Paese, potendo così stringere la morsa su Baghdad. Corsi e ricorsi storici. La messa in sicurezza e il controllo della diga Haditha fu uno dei primi obiettivi strategici delle truppe USA, quando invasero l’Iraq nel 2003 per porre fine al regime di Saddam Hussein.

I ribelli dell’Isis hanno conquistato la piccola diga Nuaimiyah sull’Eufrate e deliberatamente deviato il corso delle acque a fini strategici. Praticamente, i milioni di cittadini dei centri di Najaf, Karbala, Babylon e Nassiriya sono rimasti senz’acqua, mentre Abu Ghraib è stata allagata con conseguenze catastrofiche. Secondo l’ONU circa 12mila famiglia sono sfollate in seguito alla perdita delle loro case.

Si susseguono così gli scambi di accuse tra le parti in lotta o interessate ai conflitti in corso. Se le forze curde si sono risentite per la deviazione delle riserve idriche dalla diga di Mosul, i turchi son finiti nell’occhio del ciclone per aver ridotto il flusso al gigantesco lago Assad – la più grande fonte di acqua fresca per la Siria – allo scopo di tagliare le riserve di Aleppo, mentre le forze dell’Isis hanno presso di mira le forniture d’acqua nei campi profughi allestiti per gli sfollati.

Per capire l’importanza strategica dell’acqua in questa regione, basta pensare che gli iracheni hanno abbandonato in massa Mosul, dopo il taglio dell’elettricità e delle forniture idriche alla città da parte delle forze dell’Isis, e che si sono convinti a tornare nelle loro case solamente in seguito al ripristino del servizio idrico.

Per quanto riguarda la Siria, gli analisti hanno identificato vari fattori di destabilizzazione politica connessi a questioni ambientali, quali l’incremento delle temperature, la lunga e dura siccità – una delle più gravi degli ultimi 50 anni – ed il prosciugamento dei terreni agricoli in seguito alla diminuzione delle piogge.

Capite bene, quindi, che entrambe le parti in lotta, ossia l’Isis e l’esercito del presidente Assad, hanno usato l’acqua come arma tattica per avere la meglio nel conflitto. Nel novembre 2012, ad esempio, per il controllo di Aleppo, l’Isis ha individuato come obiettivo strategico la diga Tishrin sull’Eufrate, che si trova a 100 km ad est dalla città siriana.

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I servizi essenziali del paese sono così al collasso, a causa dei continui attacchi alle infrastrutture idriche. Il terzo anno di guerra sta drammaticamente facendo sentire i suoi effetti. Da una parte la morsa creata dall’Isis – trascurata dal regime – e dall’altra l’ottava estate di siccità, hanno creato una miscela esplosiva, con una gravissima crisi idrica e alimentare all’origine del sempre maggior numero di vittime e di coloro che abbandonano il Paese in cerca di salvezza. Forse questo i telegiornali e le riviste l’hanno taciuto, quando parlano dei migranti in fuga dalla Siria.

Risulta difficile individuare di volta in volta chi siano i responsabili dei vari e continui assalti alle infrastrutture idriche, se le forze governative o i ribelli, resta però il fatto che semplici interruzioni dei servizi gettano nel panico e nel caos la popolazione, costretta spesso a bere dalle pozzanghere nelle strade.

Seppur non vi sia mai stata in tali aree una guerra dichiaratamente combattuta per il controllo dell’acqua, questo elemento ha sempre avuto un ruolo cruciale nei conflitti medio-orientali.

Il Tigri e l’Eufrate, d’altronde, sono due fiumi storici d’importanza vitale, da sempre contesi dalle parti in lotta. Se sin dal 1975 la Turchia ha costruito dighe e impianti idroelettrici su questi due corsi d’acqua, tagliando dell’80% le riserve idriche irachene e del 40% quelle siriane, suscitando quindi malcontento e forti critiche per tale politica in entrambi questi Paesi, non possiamo dimenticare che, negli anni ’80, il rais iracheno Saddam Hussein prosciugo il 90% delle paludi mesopotamiche alimentate da questi due fiumi, per punire la rivolta contro il regime da parte degli sciiti.

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L’approvvigionamento idrico rappresenta ancora oggi uno dei problemi più pericolosi per l’Iraq. Se il Paese finisse per spaccarsi in tre parti, potrebbe davvero scatenarsi una guerra per l’acqua. Nessuno ne vuol parlare, ma questa è la tragica realtà del Medioriente.

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