Le politiche ecologiche contribuiscono ad abbattere le distanze sociali

di Marco Grilli il 6 aprile 2014

Non crediate che le politiche ecologiche volte a impedire i cambiamenti climatici facciano bene solo all’ambiente. Gli investimenti green contribuiscono infatti anche a ridurre le disuguaglianze sociali, come dimostrato da uno studio condotto dal Center for American Progress Action Fund, “Città al lavoro: politiche locali progressiste per ricostruire la classe media”.

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Il dossier evidenzia come alcune delle migliori politiche sul clima, promosse a livello locale, abbiano avuto positivi riscontri in termini di miglioramento economico e della condizione sociale per la popolazione più povera, generalmente trascurata dalle classi dirigenti, troppo spesso insensibili ai problemi degli ultimi.

Nonostante il fiorire dei movimenti (su tutti Occupy Wall Street), le crescenti attenzioni del presidente Obama  – che ha messo il rafforzamento della classe media al centro dell’agenda politica del suo secondo mandato – e perfino le timide aperture del partito repubblicano il tema della disuguaglianza economica e sociale è anche al centro dei problemi ambientali.

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Prendiamo per esempio l’auto. L’ampia fascia di popolazione povera colpita dalla crisi non può permettersi di sostenere i costi per la gestione e la manutenzione di un’automobile privata, così come trova sempre maggiori difficoltà per recarsi sul posto di lavoro dalle proprie abitazioni periferiche e isolate. Perfino la classe media spende decisamente troppo rispetto alle proprie possibilità economiche solo per i normali spostamenti quotidiani sul tragitto casa-lavoro.

Un recente studio dell’Harvard University ha infatti rilevato che le città costiere,New York, San Francisco, Washington e Boston, sono state classificate tra le prime 10 aree metropolitane per mobilità economica, laddove le città del sud troppo dipendenti dalle automobili, ad esempio Atlanta e Jacksonville, sono state piazzate agli ultimi posti.

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Non bisogna poi dimenticare la forte incidenza dei costi per il riscaldamento e l’elettricità nelle aree periferiche, isolate e inefficienti, che vanno spesso a detrimento delle spese necessarie per l’educazione, la sanità e la previdenza.

«Le comunità più povere delle città hanno sostenuto il peso degli impatti della crisi finanziaria, delle infrastrutture obsolete e degli sconvolgimenti climatici. Vivono in abitazioni inefficienti, spendendo in proporzione di più per l’energia, e sono più vulnerabili per l’impatto sulla salute delle temperature estreme”, si legge nel rapporto.

Tuttavia, investire in modalità di trasporto alternative non può esser l’unica soluzione per risollevare le sorti di queste aree isolate e arretrate; bisogna aggiornare le norme urbanistiche locali, in modo da consentire degli usi integrati: uffici e negozi dovrebbero così esser frammezzati alle abitazioni, al fine di eliminare la necessità di avere un parcheggio.

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Altri utili accorgimenti possono esser messi poi in atto per rendere le città più verdi e più eque. Incrementare il riciclo dei rifiuti e la riduzione degli sprechi è uno di questi, visto che le discariche urbane e i centri per il trasferimento della spazzatura si ritrovano prevalentemente nelle aree povere e periferiche.

Creare nuovi parchi urbani e spazi pubblici ad alta qualità sono altri due provvedimenti che raggiungono gli stessi scopi, poiché, come sottolineato dal rapporto, questi investimenti possono rivelarsi molto fruttiferi. Molto resta da fare, se pensiamo che il Centro per l’eccellenza dei parchi cittadini stima in 6 miliardi di dollari la cifra che i parchi urbani devono ancora ricevere per i costi di manutenzione, più volte differiti.

Siamo oramai di fronte a un’evidenza: le politiche ecologiche contribuiscono ad abbattere le distanze sociali. Un motivo in più per credere nella terza rivoluzione industriale. Quella “green”.

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