Scopri i casi di greenwashing con Rank-a-Brand

di Luca Vivan del 22 luglio 2014

“Di casi di greenwashing – una pratica della comunicazione commerciale che anche in Italia é piuttosto diffusa e di cui ne abbiamo già parlato– ce ne sono tanti, perché le leggi spesso possono essere aggirate. Il danno maggiore che causa una pubblicità green ingannevole è quello di generare sfiducia nei consumatori verso qualsiasi forma di produzione ecologica.

Per questo è nata un’associazione di volontari che si occupa in modo indipendente dalle aziende di monitorare il mondo della sostenibilità. Rank-a-Brand è un insieme di persone che hanno deciso di fare un passo avanti, da consumatori a veri e propri brand watcher, capaci di indagare la veridicità delle informazioni fornite dagli uffici comunicazione delle marche che si dichiarano green.

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Il sito si è così rapidamente trasformato nel portale europeo più completo sul controllo dei casi di greenwashing e tanti dei marchi presenti nel mercato ne sono coinvolti. Per dare forza e visibilità al progetto è nato anche un communication team composto da blogger, video maker, fotografi, grafici e anche attori per comunicare e diffondere i risultati delle analisi compiute dagli altri volontari.

Un progetto ambizioso che nasce per controllare un mercato dove concetti come responsabilità sociale e ambientale d’impresa sono diventate parole-chiave per comunicare ai propri clienti.

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In un mondo dove sempre più persone acquisiscono consapevolezza sulla dimensione sociale ed ecologica di un prodotto, dove l’etica diventa un valore aggiunto, le aziende spendono tempo e denaro per vestirsi di verde. Ed è proprio nel settore dell’abbigliamento che scopriamo grazie a Rank-a-Brand che il 63% dei 368 marchi presi in esame parla di sostenibilità, eppure il 30% di questi brand fa greenwashing e per questo è stato inserito nel “Greenwashing Alert“, una categoria che ci segnala come la comunicazione aziendale non corrisponda a reali progetti ecologici e di impatto sociale.

Esiste anche un “Performance Index” che ci aiuta invece a capire quali imprese si stanno impegnando davvero verso scelte attente all’ambiente e alle condizioni lavorative dei propri dipendenti.

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Il ruolo del consumatore sta mutando rapidamente e non è più quello del secondo dopoguerra a cui bastava un “carosello” o uno spot ben mirato per farsi convincere. La sfiducia verso il modello capitalistico ha portato ad aprire gli occhi e trovare soluzioni come il ‘controllo diffuso’ attraverso il web.

Le aziende potranno anche mentire, ma il rischio di essere scoperte è sempre più alto.

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