VIVA, un nuovo progetto per tutelare il vino bio

di Luca Scialò il 6 maggio 2013

Dopo vent’anni di attesa, finalmente a partire dalla vendemmia dello scorso anno è entrato in vigore il nuovo Regolamento 203/2012 sulla vinificazione biologica. Prima di esso si era venuto a creare il paradosso che, mentre le regole da rispettare nella coltivazione erano già ben definite dalla disciplina europea sull’agricoltura biologica, nessuna norma era prevista per la fase conclusiva della produzione di vino, ossia la sua giacenza in cantina.

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L’oggetto della diatriba, sulla quale si è discusso per decenni, è stata l’anidride solforosa. Una sostanza chimica indispensabile per la vinificazione soprattutto dei bianchi e ammessa anche nel vino biologico, seppure in concentrazioni più basse rispetto al prodotto convenzionale.

Trattasi di una sostanza allergenica che va dichiarata in etichetta. Di qui anche la difficoltà ad accettarne la presenza in un prodotto bio, considerando che molti consumatori percepiscono i prodotti ottenuti dall’agricoltura pulita oltre che più rispettosi dell’ambiente, anche più salubri.

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Il vino biologico sta assumendo un ruolo sempre più importante nel mercato vinicolo. Basti pensare che, sebbene il consumo nazionale sia costantemente in calo da anni (dai 100 litri annuali pro capite degli anni ’70 si è passati ai 38 litri attuali), nel 2012 la spesa per il vino biologico è aumentata del 7,3%. La Sicilia è la regione più attiva nella conversione dei terreni convenzionali, seguita da Puglia e Toscana.

In quest’ottica, molto interessante appare anche l’iniziativa VIVA, presentata al Vinitaly tenutosi di recente a Verona dall’allora Ministro Corrado Clini. Si tratta di un progetto pilota su scala nazionale per la misura della performance di sostenibilità della filiera vite-vino, a partire dal calcolo delle impronte dell’acqua e del carbonio.

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L’obiettivo è quello di accompagnare le aziende verso una certificazione di impatto ambientale secondo i canoni della Life cycle analysis, vale a dire analizzando tutta la filiera: dalla produzione delle materie prime (uva, sughero del tappo, vetro della bottiglia, carta dell’etichetta) fino a vinificazione, imbottigliamento, trasporto e distribuzione al dettaglio. L’analisi tiene conto dell’uso delle risorse ambientali (acqua, territorio, energia) e dell’impatto negativo di ciò che la filiera produce (rifiuti, CO2, residui di pesticidi o concimi, sostanze potenzialmente tossiche).

Il tutto per soddisfare quattro esigenze fondamentali: rispondere alle mutate richieste dei consumatori, aprire la strada a nuovi mercati, garantire maggiore sostenibilità ambientale e ottimizzare i processi produttivi.

I risultati sono espressi secondo quattro criteri – che poi sarebbero i quattro elementi che incidono nella sua produzione – riportati in etichetta: territorio, acqua, vigneto, aria. Sono già diverse le aziende che hanno chiesto e ottenuto di far parte di questo progetto pilota: Gancia, Masi, Marchesi Antinori, Mastroberardino, Michele Chiarlo, Castello Montevibiano Vecchio, Planeta, Tasca d’Almerita e Venica&Venica.

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