Angelo D’Arrigo, l’uomo che fece volare di nuovo i condor

di Silvia Lac del 10 giugno 2014

Moderno Leonardo del volo” per gli italiani, “Funambulle de l’Extreme” per i francesi, è difficile dare una definizione esaustiva alla figura eclettica di Angelo D’Arrigo, l’uomo che ha oltrepassato i confini della realtà per insegnare ai volatili, cresciuti in cattività, a volare.

Angelo D’Arrigo, l’uomo che fece volare di nuovo i condor

Se librarsi alti nel cielo, liberi come gli uccelli, in totale armonia con l’ambiente circostante, è un sogno umano lontano, che affonda le sue radici nel mito, l’esperienza di Angelo D’Arrigo dimostra che non solo è possibile farlo, ma che l’uomo può affinare e perfezionare le proprie tecniche di volo ad un tale livello da poter insegnare agli uccelli a volare.

Sportivo d’eccellenza, già a 16 anni Angelo era impegnato in attività di volo nelle Alpi francesi.

Nato a Catania nel 1961 e laureato all’Università dello Sport di Parigi nel 1981, Angelo emerse sin dall’inizio per il suo carattere di fuoriclasse che lo portò a conquistare importanti risultati, in particolare nel volo libero e ultraleggero.

Dopo dieci anni nella squadra nazionale e due titoli mondiali con il deltaplano a motore, Angelo decise di abbandonare la competizione per dare vita a qualcosa di più ambizioso.

Metamorphosis, era il nome del progetto che, partito dalla passione sportiva di Angelo per il volo, portava avanti un doppio obiettivo: ambientale, la reintroduzione in natura di rapaci in via di estinzione, umano, trasformare l’uomo in uccello in volo.

Il percorso iniziato nel 2000 era suddiviso in diverse tappe e si avvaleva di supporto scientifico internazionale.

Nel 2001 Angelo conquistava un primato mondiale volando sulla rotta dei falchi migratori, dal Sahara alla Sicilia, a bordo di un deltaplano senza motore e in compagnia della sua Aquila delle Steppe.

Nel 2002 con Siberian Migration Angelo segnava un doppio record internazionale:

  • sportivo: il volo in deltaplano più lungo della storia, oltre 5.300 chilometri percorsi nell’arco di sei mesi.
  • protezionistico: per la prima volta un uomo guidava una migrazione di gru siberiane per favorirne il ripopolamento.

Nel 2004 conquistava un altro primato nel volo libero mondiale: raggiungendo, durante la spedizione nella valle dell’Everest con la sua Aquila Nepalensis nata in cattività, i 9.000 metri. Anche in questo caso la missione, seguita con attenzione dalla comunità scientifica, aveva come fine il rilancio dello sviluppo di questa specie nella propria terra d’origine: l’Himalaya.

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Nel 2006 Angelo avrebbe dovuto concludere la quarta tappa: “On the wings of condor”,  la trasvolata della Cordigliera delle Ande con Inca e Maya, i due condor provenienti dal Breeding Center di Vienna.

L’idea nasceva dalla segnalazione di un pilota di linea, che riportava l’avvistamento di condor andini a 10.000 metri di altezza. Una quota vietata all’uomo, cui si pensava solo i jet potessero viaggiare, diventava l’ispirazione di un nuovo traguardo da raggiungere: volare con una coppia di condor nati in cattività e riportarli nel loro habitat originario.

L’esperienza si trasformò subito, come già altre volte, in un grande laboratorio di ricerca interdisciplinare a cielo aperto, in cui etologia, scienza e tecnologia confluirono grazie all’apporto di figure di rilievo nel panorama scientifico e della ricerca, come l’etologo Danilo Mainardi, che supervisionò il delicato processo di imprinting dei condor, l’Università di Scienza Naturali di Vienna, da cui provenivano le uova di condor, Elasis e il Centro di ricerche Fiat di Orbassano dove un team di ingegneri mise a punto lo speciale deltaplano-condor, capace di riprodurre le caratteristiche tecniche di volo di questo rapace e quindi sopportare le condizioni climatico-ambientali estreme dell’ambiente andino.

Il condor con i suoi 3 metri di apertura alare è il più grande uccello veleggiatore del mondo.
Per vincere le correnti ascensionali che caratterizzano il suo habitat sfrutta l’aerodinamica delle sue ali, che, grazie alla forma tozza e alle sette lunghe penne remiganti delle estremità, riducono gli attriti e regolano costantemente l’assetto dell’ala per scivolare meglio sull’aria.

Maya e Inca, i due condor nati in cattività, vennero allevati da Angelo secondo le tecniche dell’imprinting già utilizzate con successo dall’etologo Konrad Lorenz negli anni cinquanta.

Angelo D’Arrigo

Angelo D’Arrigo al lavoro con Maya ed Inca

In questo caso i due esemplari furono posti a contatto con Angelo sin dall’inizio, con la schiusa delle uova sotto l’ala del suo deltaplano, e a tre mesi, con il trasferimento nella casa in Sicilia, iniziarono l’addestramento seguendo e imitando i movimenti di “papà” Angelo nei cieli dell’Etna.

Inca, il maschio il cui nome fu scelto da una scuola di bambini di Buenos Aires, aveva addirittura cercato di integrare le conoscenze di volo che possedeva per istinto con quelle fornitegli da Angelo.

L’impresa, che aveva come obiettivo la liberazione dei due esemplari nella Sacra Valle del Machu Picchu, dove i condor si erano estinti negli anni ottanta, aveva richiesto una grande preparazione psicofisica ad Angelo D’Arrigo.

Assistito dall’equipe di Medicina aerospaziale dell’Aeronautica militare italiana, Angelo aveva sviluppato una particolare tecnica di respirazione, il Pranayama, per garantire una corretta ossigenazione anche a 10.000 metri.

Con il pre-test del volo, che avrebbe dovuto tenersi nel maggio dello stesso anno, denominato Aconcagua Xp 2005, Angelo D’Arrigo non solo dimostrò l’esattezza di quanto progettato dal suo team, ma volando oltre la cima più elevata della Cordigliera Andina conquistò il titolo di “Condor dell’Aconcagua”.

La fase finale del progetto, la liberazione dei condor il 21 luglio del 2006 fu opera della Fondazione D’Arrigo, istituita dalla moglie Laura Mancuso all’indomani della morte del D’Arrigo avvenuta a Comiso nel marzo dello stesso anno, per uno sciagurato incidente aereo.

L’esperienza di Angelo D’Arrigo è riportata in diversi documentari, tra cui quello da lui stesso prodotto “Flying over Everest” e “Nati per volare” di Marco Visalberghi prodotto da Doc Lab – National Geographic Channel con Rai Uno, oltre che nel libro “ In volo sopra il mondo ” e segna una strada importante nella ricerca di un rapporto più equilibrato tra uomo e natura.

Nell’ambiente D’Arrigo si muoveva “da ospite”, come lui stesso affermava, avendo compreso l’importanza di rispettare nel modo migliore le regole del padrone di casa: la Natura.

Ecco anche un interessante filmato di Angelo che comprende anche il periodo davvero molto emozionante in cui stava addestrando i due condor Maya ed Inca:

[Foto tratta dal sito ufficiale: http://www.angelodarrigo.com/]

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