Chernobyl disastro ambientale: neppure la Natura si comporta normalmente

di Claudia Raganà del 5 giugno 2015

Sono passati 30 anni dall’esplosione del reattore della centrale nucleare di Chernobyl un disastro ambientale di tale portata che neppure la Natura ora si comporta normalmente in questi luoghi.

Sembrano così lontani quei giorni, eppure gli effetti devastanti si sono trascinati fino ai nostri giorni e sono più che mai presenti.
Sebbene nessun essere umano viva più nelle cosiddette “zone di esclusione” o “zone rosse“, la flora e la fauna hanno continuato ad abitarle, risentendo degli effetti velenosi delle radiazioni.

Era già stato osservato come gli uccelli della zona avessero una materia cerebrale notevolmente più piccola rispetto ad altri della stessa specie maq non stanziati nelle zone di esclusione. Anche gli alberi mostrano una crescita molto più lenta e gli insetti, che una volta popolavano le foreste del posto, ora sono in numero decisamente ridotto. Inutile dire come molti mammiferi della fauna selvatica, mostrino ancora livelli di radiazione anomali nei loro organismi.

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Ma non è solo questo a preoccupare zoologi e biologi, che si occupano di monitorare la zona di esclusione. Uno studio pubblicato sulla rivista Oecologia, infatti, mostra come anche gli organismi decompositori (microbi, funghi e alcune specie di insetti), stiano soffrendo fortemente le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni, con conseguenze su tutto l’ecosistema ambientale.

I ricercatori responsabili di questo studio, che monitora il territorio attorno Chernobyl dal 1991, hanno notato nel corso degli anni un importante aumento dell’accumulo di fogliame e materiale compostabile. La delicata situazione della cosiddetta Foresta Rossa (una pineta di circa 4 kmq che si trova a 10 km dalla Centrale, così chiamata a causa del colore rosso che assunsero gli alberi prima di morire, dopo essere stati colpiti dalla nube radioattiva), mostra infatti un grande rallentamento nel processo di decomposizione del fogliame e dei residui degli alberi. Addirittura a distanza di 15-20 anni, i tronchi e i detriti sembrano quasi intatti.

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La mancanza di decomposizione dei residui naturali, ha insospettito i ricercatori, che hanno deciso di portare avanti misurazioni ed esperimenti per verificare se davvero anche i micro-organismi decompositori abbiano risentito degli effetti delle radiazioni, diminuendo la loro presenza e/o la loro efficacia.

Un primo test è avvenuto misurando lo spessore del fogliame sul terreno nelle zone di esclusione, per confrontarlo con altre zone a livelli di radiazioni più ridotte o assenti. Lo strato di foglie morte è risultato tre volte più spesso rispetto alle zone non a rischio radiazioni.

Per confermare quanto sospettato, i ricercatori hanno preparato circa 600 sacchetti contenenti vari tipi di fogliame (presi da querce, betulle, pini, aceri) e li hanno rilasciati in diverse aree della zona contaminata, differenti per livelli di radiazione subita. Il fogliame era racchiuso in calze da donna per impedire, grazie alla trama fitta del tessuto, l’ingresso di insetti e vermi, lasciando spazio alla sola azione dei micro-organismi decompositori (microbi, muffe, funghi).

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Le bustine vennero raccolte dopo circa un anno dal loro rilascio sul territorio e venne analizzato il grado di decomposizione. I risultati ottenuti, confermarono i sospetti. Laddove riuscirono a penetrare, è stato accertato il ruolo significativo degli insetti nella macerazione del fogliame, ma funghi e muffe hanno confermato di avere un ruolo ancor più importante. La loro efficacia, però, in un ambiente contaminato dalle radiazioni, è stata largamente ridotta dagli effetti nocivi che ne sono derivati, causando una vera e propria inibizione dell’attività di riciclo del fogliame rispetto a zone con livelli radioattivi inferiori. Questo spiegherebbe la crescita più lenta degli alberi, che si trovano in un terreno povero di nutrienti a causa dell’inefficienza dei micro-organismi.

Il mancato smaltimento del fogliame, inoltre, renderebbe le zone attorno a Chernobyl ad alto rischio di incendio, evento che potrebbe rappresentare una nuova catastrofe ambientale, perchè le fiamme potrebbero re-distribuire i contaminanti radioattivi in zone oramai fuori pericolo, andando a ri-contaminare aree salvate dalla radioattività.

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Purtroppo il rischio incendi è sempre molto elevato e lo stato di allerta rimane alto, nella speranza di riuscire a proteggere un’area che, nonostante la catastrofica devastazione subita, nel corso degli anni è diventata una vera e propria oasi naturale, perché l’assenza di qualunque impronta umana ha favorito l’insediamento di una fauna selvatica mai vista in precedenza (alci, cinghiali, volpi, linci, lupi, orsi, aquile…). Oggi sia l’Ucraina, che la vicina Bielorussia, stanno pensando di trasformare queste zone in riserve naturali e parchi nazionali.

Forse così, si allontanerebbe per sempre il ricordo di quella nuvola catastrofica che ha distrutto molte vite e spezzato molti equilibri.

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