Ambiente

Mariana, 10 anni dopo il disastro della diga: cosa è successo davvero in Brasile, chi ha pagato e perché il Rio Doce non si è mai ripreso

Nel 2015 il crollo della diga Fundão liberò milioni di metri cubi di fanghi tossici nel cuore del Brasile. Oggi, a oltre dieci anni dalla tragedia, il fiume è ancora ferito, migliaia di persone aspettano giustizia e le maxi compagnie minerarie affrontano processi miliardari

Per molti è stato solo un disastro ambientale del passato. Ma in Brasile il crollo della diga di Mariana non è mai davvero finito.

Mariana, 10 anni dopo il disastro della diga: cosa è successo davvero in Brasile, chi ha pagato e perché il Rio Doce non si è mai ripreso

Il 5 novembre 2015 la diga Fundão, gestita dalla compagnia mineraria Samarco e controllata dai colossi Vale e BHP, collassò nello Stato brasiliano di Minas Gerais liberando oltre 40 milioni di metri cubi di fanghi minerari tossici. Una valanga marrone di rifiuti contaminati travolse villaggi, distrusse ecosistemi, uccise 19 persone e contaminò per centinaia di chilometri il Rio Doce fino all’Oceano Atlantico. Ancora oggi viene considerato il peggior disastro ambientale della storia del Brasile.

Per anni molti abitanti hanno denunciato ritardi, compensazioni insufficienti e bonifiche incomplete. Ma nel 2024 e nel 2025 il caso è tornato al centro dell’attenzione internazionale: il Brasile ha firmato uno dei più grandi accordi di compensazione ambientale mai visti e l’Alta Corte di Londra ha stabilito che BHP è legalmente responsabile della tragedia.

A più di dieci anni dal crollo, però, una domanda resta aperta: il Brasile è davvero riuscito a riparare i danni causati da quella onda tossica?

Il giorno in cui il Brasile venne sommerso dal fango tossico

Quando la diga cedette, milioni di metri cubi di residui minerari invasero il distretto di Bento Rodrigues e le aree circostanti. Il fango tossico percorse oltre 600 km lungo il Rio Doce fino all’Atlantico. I numeri (Fonte: The Mariana Mining Disaster, France Press, 2026) ancora oggi impressionano:

  • 19 morti
  • interi villaggi cancellati
  • centinaia di famiglie sfollate
  • oltre 250.000 persone rimaste senza acqua potabile
  • ecosistemi fluviali devastati

Le immagini del Rio Doce color arancione fecero il giro del mondo. Secondo numerosi studi successivi, il fango conteneva elevate concentrazioni di metalli pesanti e residui minerari che hanno alterato profondamente sedimenti, biodiversità e qualità dell’acqua. Basti considerare che la regione, la Minas Gerais, è ricchissima di minerali e qui viene prodotto il 10% di tutto il ferro del Brasile.

Cosa è successo davvero in questi 10 anni

Per anni la sensazione diffusa in Brasile è stata che la tragedia stesse lentamente sparendo dal dibattito pubblico.

In realtà:

  • molte comunità non sono mai tornate alla normalità
  • diversi sfollati hanno atteso anni per nuove abitazioni
  • numerose bonifiche risultano incomplete
  • il Rio Doce mostra ancora segni evidenti di degrado ecologico

Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Conservation parla apertamente di ‘chaos on the muddy banks‘, ovvero ‘situazione fangosa caotica’, descrivendo ecosistemi ancora alterati a otto anni dal crollo.

Anche la fauna marina e fluviale ha subito danni importanti:

  • perdita di habitat
  • aumento dei sedimenti
  • riduzione della biodiversità
  • contaminazione dei corsi d’acqua

Le aziende hanno pagato davvero?

Questa è probabilmente la domanda più discussa.

Sì, ma molto meno rapidamente di quanto promesso

Dopo anni di cause e contestazioni, nel 2024 il governo brasiliano ha firmato un accordo record da circa 170 miliardi di reais (circa 30 miliardi di dollari) con Vale, BHP e Samarco per finanziare:

  • compensazioni
  • ricostruzioni
  • bonifiche ambientali
  • programmi sociali

Secondo Reuters e BHP decine di miliardi risultano già spesi e circa 240.000 persone hanno ricevuto compensazioni. Ed una parte delle ricostruzioni è stata completata. Ma molte associazioni ambientaliste e comunità locali (Fonte: A decade after Brazil’s deadly dam collapse, Indigenous peoples demand justice on the eve of COP30, AP, 2025) sostengono che:

  • i pagamenti siano stati troppo lenti
  • molte persone siano rimaste escluse
  • i danni ecologici siano ancora enormi

Infografica rétro-moderna sul crollo della diga di Mariana in Brasile con dati su fanghi tossici, contaminazione del Rio Doce, conseguenze ambientali, aziende responsabili e risarcimenti ancora in corso

Nel 2025 la svolta storica nei tribunali

Nel novembre 2025 è arrivata una decisione storica.

L’Alta Corte di Londra ha stabilito che BHP può essere considerata legalmente responsabile del collasso della diga. Secondo il giudice il rischio era prevedibile. Ed erano stati ignorati segnali tecnici di pericolo. Per questo il disastro poteva essere evitato.

Nel maggio 2026 la Corte d’Appello britannica ha respinto il tentativo di BHP di annullare la sentenza (Fonte: BHP refused permission to appeal UK ruling holding it liable for Brazil dam collapse, Reuters, 2025).

Ora si prepara un nuovo processo miliardario per stabilire l’entità definitiva dei risarcimenti.

E il Rio Doce? Si è ripreso?

Non completamente. Secondo diversi ricercatori e osservatori ambientali:

  • molti sedimenti contaminati restano sul fondo
  • gli ecosistemi fluviali non sono tornati alle condizioni originarie
  • la biodiversità locale è stata fortemente alterata
  • alcune comunità denunciano ancora problemi legati all’acqua e alla pesca

Il fotografo Sebastião Salgado aveva definito il Rio Doce ‘un canale sterile coperto di fango’. A distanza di 10 anni, quella frase continua a essere citata come simbolo del fallimento ambientale e politico di una delle regioni minerarie più sfruttate del pianeta.

Un disastro che ha cambiato anche il Brasile

La tragedia di Mariana ha avuto conseguenze enormi:

  • nuove discussioni sulla sicurezza delle dighe minerarie
  • controlli più severi
  • maggiore pressione internazionale sulle multinazionali minerarie
  • crescente attenzione sul rapporto tra politica e lobby estrattive

E purtroppo, le multinazionali che operano in questa regione spesso sono poco attente in termini di controlli e manutenzione. Con il risultato che se un tempo il Rio Doce era immerso nella foresta amazzonica e popolato da tribù indigene, oggi percorre un’area essenzialmente disboscata, quasi spettrale. I suoi fondali sono pieni di sedimenti e le inondazioni sono frequenti. Nessuno, inutile dirlo, ha pagato per tutto questo.

In realtà, la Samarco ha già subito ingenti danni aziendali. Infatti, a causa del disastro, ha perso il 5% della produzione di minerale di ferro e circa il 3% dei guadagni. Ma soprattutto, all’azienda è stata tolta la licenza mineraria.

Insomma, un nuovo ed ennesimo disastro ambientale, frutto della solita ingordigia umana che in nome del profitto agisce senza scrupoli.

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Ultimo aggiornamento il 11 Maggio 2026 da Rossella Vignoli

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Luca Scialò

Nato a Napoli nel 1981 e laureato in Sociologia con indirizzo Mass Media e Comunicazione, scrive per TuttoGreen da maggio 2011. Collabora anche per altri portali, come articolista, ghost writer e come copywriter. Ha pubblicato alcuni libri per case editrici online e, per non farsi mancare niente, ha anche un suo blog: Le voci di dentro. Oltre alla scrittura e al cinema, altre sue grandi passioni sono viaggiare, il buon cibo e l’Inter. Quest’ultima, per la città in cui vive, gli ha comportato non pochi problemi. Ma è una "croce" che porta con orgoglio e piacere.

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