Lago d’Aral: un disastro ambientale incredibilmente pianificato

di Claudio Riccardi del 22 maggio 2018

Il Lago d’Aral è forse una delle immagini più potenti di disastro ambientale causato dall’uomo. Non solo per la sua gravità in termini assoluti, ma anche per la vicenda incredibile, caratterizzata da una colossale miopia e presunzione.

Lago d’Aral: un disastro ambientale incredibilmente pianificato

Ripercorriamo in questo pezzo le vicissitudini del Lago d’Aral, uno dei principali specchi d’acqua dolce del mondo, che è andato vicino a sparire e che comunque è rimasto irrimediabilmente compromesso dal punto di vista ambientale.

La storia del Lago d’Aral

Negli anni ’30 del Novecento, tra le steppe e le montagne dell’Asia Centrale, il dittatore sovietico Stalin decise di dare forma a 5 repubbliche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan) che fungessero da serbatoio di risorse naturali e manodopera per l’allora URSS, perché ricche di minerali, gas e aree fertili, immense e poco popolate.

Queste vaste aree si prestarono ottimamente ai progetti di grandeur industriale e militare di Mosca. Complessi metallurgici e miniere rifornirono il settore delle infrastrutture ma soprattutto offrirono adeguati rifornimenti all’industria bellica, che in queste lande desolate costruì siti nucleari ed eseguì decine e decine di test.

Con tutti i rischi e connessi: la contaminazione dell’atmosfera e del suolo, il problema di un’adeguato stoccaggio dei rifiuti radioattivi.

Basti pensare che nel Lago d’Aral ad un certo punto, negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, vennero smaltiti enormi quantitativi di scorie chimiche e batteriologiche militari di armi proibite. Probabilmente il più grande deposito al mondo di antrace e di gas nervini. Una storia che è tornata alla ribalta di recente, con il caso “Novichok” che ha tenuto banco sui media di tutto il mondo nella prima parte del 2018.

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Come l’agricoltura ha prosciugato il Lago d’Aral

Vi era poi l’agricoltura: terreni brulli e aridi divennero campi di grano e di cotone, un ‘miracolo’ reso possibile dalla realizzazione di un reticolo di canali, in grado di prelevare e deviare le acque dei numerosi fiumi dell’area, immissari del lago d’Aral, grande fino alla metà del secolo scorso quanto un mare. Chiamato infatti anche mare d’Aral, in virtù delle sue acque salate.

Oggi questo bacino rischia di scomparire, è ridotto a 2 piccoli laghetti, il Piccolo Aral e il Grande Aral, separati da una grande distesa – 40.000 km quadrati –  di sabbia e sale. Quello che cioè rimane dei fondali un tempo occupati da pesci, oggi cimitero di navi arrugginite, vecchie gru e serbatoi con metalli velenosi quando non radioattivi.

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Con gli eccessivi prelievi eseguiti sui due immissari (Amu Darya e Syr Darya), il lago ha ricevuto sempre meno acqua. Anche a causa della maggiore evaporazione, in soli quarant’anni ha visto arretrare la linea della costa in alcuni punti anche di 150 km. Insomma, un vero disastro.

L’impatto ambientare del disastro del Lago d’Aral

L’impatto ambientale sulla fauna e la flora lacustri è stato devastante. Per far posto alle piantagioni i consorzi agricoli non hanno lesinato sull’uso di diserbanti e pesticidi chimici che hanno inquinato il terreno circostante.

Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasportando la sabbia, salata e resa tossica dai pesticidi, ha fatto diventare inabitabile gran parte dell’area e le malattie respiratorie e renali hanno un’incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell’Himalaya.

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La progressiva riduzione del Mare d’Aral

Lago d’Aral: le prospettive di recupero

Purtroppo, senza interventi la totale scomparsa del lago d’Aral sarebbe ormai inevitabile. Le poche opere di bonifica sono iniziate solo nel 2000, con la messa in sicurezza della base militare sovietica che sorgeva su una delle isole.

I due stati che si dividono il lago, Kazakistan e Uzbekistan, hanno invece avviato strategie differenti. L’intervento kazako, finanziato dalla Banca Mondiale, si è concentrato sul Piccolo Aral e ha raggiunto dei risultati di rilievo. È stata costruita una diga per isolare il lago nella sua riva nord e ricongiungere l’affluente Syr Darya, seppure con afflusso ridotto. La superficie del lago ha ripreso a crescere e grazie alla reintroduzione di alcune specie ittiche, è tornata anche la pesca.

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Sposando invece la tesi secondo cui la situazione sarebbe troppo compromessa, l’Uzbekistan ha invece deciso di investire nel rinverdimento del deserto lasciato dalla parte dal lago d’Aral evaporato. Il rimboschimento con arbusti noti come “alberi del sale” sta portando benefici, soprattutto per lo schermo opposto al vento, che ha permesso di ridurre  la quantità di polveri trasportate nei dintorni.

Parliamo di opere molto costose, in ogni caso, e iniziate solo 60-70 anni dopo l’inizio del sistmatico sfruttamento della zona fatto dai sovietici. La Natura di questi luoghi è stata distrutta dal sogno di potere e di grandezza di un Impero che vedeva nella propria crescita e potenza agricola e industriale un motivo per imporsi sullo scacchiere politico internazionale.

Oggi gli equilibri geo-politici sono cambiati. Ma i Paesi dell’area si trovano a dover pagare un conto molto salato, lottando contro il tempo.

Tuttavia questo ecosistema, anche se verrà salvato, non tornerà mai più alle sue condizioni originarie.

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