La Geoingegneria, nuova frontiera della scienza ambientale, vuole sequestrare CO2 in modo naturale

di Claudio Riccardi del 10 settembre 2012

Sequestrare per secoli l’anidride carbonica nei fondali marini con l’ausilio di microalghe e polvere di ferro: con l’intento di sperimentarne la fattibilità un team di ricercatori europei sta lavorando alacremente nell’ Oceano Artico.

La Geoingegneria, nuova frontiera della scienza ambientale, vuole sequestrare CO2 in modo naturale

Questo è solo un esempio delle possibilità e degli obiettivi di una nuova specializzazione che prende il nome di geoingegneria, e che ha per tema conduttore l’intervento dell’uomo sul clima ma solocon mezzi eco-sostenibili.

Tanto per capirci, di questo nuovo settore fanno parte le ipotesi di specchi orbitanti nell’atmosfera per deviare i raggi solari, il progetto di raffreddare il pianeta attraverso gas dispersi in forma aerea, oppure – come in questo caso – la fertilizzazione degli oceani in modo da favorire lo sviluppo di microalghe che trattengano l’anidride carbonica.

Quest”esperimento, che si chiama Eifex (European iron fertilization experiment) coordinato dall’istituto tedesco Alfred Wegener, ha cosparso un’area oceanica di 167 kmq con tonnellate di solfato di ferro, inducendo la proliferazione del fitoplancton, insieme di organismi unicellulari che si pone alla base della catena alimentare marina.

Tracciando i movimenti del plancton, i ricercatori hanno stimato che per ogni atomo di ferro distribuito nell’oceano quasi 13.000 atomi di carbonio erano stati sequestrati dall’atmosfera attraverso il processo di fotosintesi delle microalghe.
Questo tipo di procedura ha scatenato opinioni controverse nel mondo scientifico.

Nature, la rivista che ha pubblicato i risultati di questo test, rivela che le conoscenze in merito a questo approccio sono ancora incomplete. Non bisogna poi dimenticare che la Convenzione di Londra, trattato internazionale sull’inquinamento degli oceani, nel 2007 stabiliva come “ingiustificata” la fertilizzazione degli oceani.

I timori degli scienziati sono fondati: si temono effetti collaterali come l’aumento dell’acidificazione degli oceani, la proliferazione di alghe tossiche, o peggio ancora, la diminuzione di ossigeno nelle acque.

Ci sono invece dei ricercatori che invece esortano ad andare avanti su questa strada, proprio per ottenere delle risposte a quesiti insoluti.

Quello che preoccupa invece tutti è l’aumento inesorabile delle emissioni di CO2, che nel 2011 hanno stabilito un nuovo primato: 34 miliardi di tonnellate. Serve correre ai ripari, al più presto, cercando soluzioni poco impattanti sull’ambiente… anche facendo tentativi strampalati con le alghe.

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