Isola del Giglio, com’è il fondale dopo il disastro

di Luca Scialò del 21 agosto 2015

Poco più di un anno fa, il 23 luglio, la Costa Concordia lasciava il mare a ridosso della splendida isola del Giglio in Toscana, per il suo ultimo viaggio direzione porto di Genova per la demolizione. Una demolizione che non ha cancellato certo quanto accaduto, soprattutto nel cuore e nella mente dei familiari delle vittime di quello sciagurato ‘inchino’ consumatosi il 13 gennaio 2012. E che ha lasciato anche strascichi ambientali alquanto pesanti.

D’altronde è rimasto mezzo affondato per due anni e mezzo nelle acque di Punta Gabbianara: il tempo necessario per rovinare un paradiso ambientale.

Nel dicembre 2014 si sono installate le strutture per raccogliere i detriti dal fondale, mentre a inizio 2015 sono partite le operazioni di raccoglimento. Ad oggi l’80% di queste attrezzature è stata già rimossa. Poi, ad aprile, si è passati a togliere i ‘materassi’ di cemento che sostenevano la nave, e adesso si sta già procedendo al taglio delle piattaforme.

La rimozione iniziata a luglio dovrebbe finire con il mese di agosto 2015 con l’obiettivo di lasciare i fondali del Giglio senza traccia del disastro che qui si è consumato.

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Tutto bene dunque? Insomma… Basta leggere quanto dice Luigi Ruggeri, presidente dell’Associazione nazionale memoriale della Concordia, costituitasi nel luglio 2014 con quasi 3.000 adesioni tra sommozzatori professionisti e sportivi di tutta Italia. Di fatti dice: «Queste strutture hanno uno loro utilità e sono paragonabili alle barriere artificiali che in altri Paesi vengono costruite per promuovere la biodiversità marina. Già ci sono coralli, madrepore, banchi stanziali di ricciole. Lasciandole al loro posto, avrebbero potuto dar vita a una vera e propria capitale mondiale della subacquea in grado di attrarre le immersioni turistiche. Le attività di rimozione, invece, porteranno solo altri danni ambientali».

In realtà, il Consiglio comunale del Giglio, nell’agosto 2014, aveva approvato una mozione per il mantenimento delle piattaforme, ma il Ministero dell’Ambiente ha optato per lo smantellamento.

Attorno ai piloni si è scatenato un dibattito tra gli ecologisti, chi ne vorrebbe il mantenimento e chi, invece, la rimozione, giacché ci si è accorti che alcuni sacchi di cemento sono finiti sotto la struttura in acciaio e l’unico modo per rimuoverli è liberare il fondale dalle piattaforme. Inoltre, col tempo, l’acciaio potrebbero rilasciare sostanze nocive, come gli ioni ferrosi derivanti dalla corrosione delle acque.

Quanto alla flora e alla fauna presente nell’area del naufragio, ci sono praterie di posidonia e un’elevata densità di molluschi di pinna nobilis; e sono presenti diversi mammiferi marini.

Adesso, tutta l’attenzione è concentrata sulla rimozione dei sacchi, molti lacerati sotto il peso della nave. Questi materassi di cemento, col tempo, si sono compattati fino a formare un unico blocco e la rimozione sta richiedendo più mezzi.  Alcuni incidenti, come la rottura di un manicotto, che ha causato lo sversamento in mare di olio vegetale biodegradabile, rendono più complicate le operazioni.

La fine dei lavori di rimozione detriti è prevista per gennaio 2016, ma il monitoraggio ambientale proseguirà per altri anni ancora. All’operazione lavorano in 150 tra tecnici, operai, sommozzatori. Tutto quello che viene raccolto viene portato nelle discariche selezionate di Piombino e Talamone, dove si procede alla separazione dei materiali.

Ma alcuni danni si sono già consumati da tempo. Dalla nave sono fuoriusciti 110mila metri cubi di detriti già durante il naufragio, che a causa delle correnti sono finite ben al di là dell’area. Lo scorso anno, ad esempio, era possibile osservare sulla spiaggia nella cala dell’«’cqua del prete’, targhe delle cabine o cestini di lavastoviglie.

Il sindaco di Giglio è convinto che entro la primavera del 2016 i cittadini finalmente si lasceranno tutto alle spalle.

Ma ottimismo e spot elettorali a parte, una pulitura quasi totale dei fondali e della superficie richiederà comunque degli anni e anche il coinvolgimento di sommozzatori dilettanti, al di là di società ben pagate per farlo; le quali lavorano solo nei tempi previsti dai contratti.

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