La recessione in Cina e il clima

di Eryeffe del 28 settembre 2015

La Cina è sempre più ago della bilancia nelle sorti economiche e ambientali dell’intero pianeta. Se da una parte il calo del Pil è coinciso con un abbattimento delle emissioni di CO2 determinato dal minor uso di carbone, dall’altra il crollo azionario e il rallentamento dell’economia cinese sta destando non poche preoccupazioni per gli effetti a catena presagibili sull’economia mondiale, anche perché nel 2014 l’economia cinese ha contribuito per il 38% alla crescita economica globale.

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Ma siamo certi che questo cambiamento possa rappresentare, sul lungo termine, un pericolo per la stabilità economica mondiale? Per capire che tipo di relazione esista tra questi fattori (crollo azionario, rallentamento del Pil e calo delle emissioni di CO2) occorre analizzare più da vicino i fenomeni  e soffermarsi sul cambiamento (positivo) in atto già da qualche anno nella struttura economica del Paese.

Secondo l’analisi fatta dall’economista britannico Nicholas Stern, quella che sta vivendo la Cina è una naturale transizione economica e industriale verso la “nuova normalità” che dovrebbe condurre ad una crescita più equilibrata, innovativa, socialmente equa e ad una maggiore sostenibilità ambientale.

La frenata della crescita e del PIL è legata in gran parte alla riduzione delle attività industriali e delle costruzioni e allo sviluppo del settore dei servizi che garantisce occupazione, risponde alla domanda interna che cresce col crescere dell’urbanizzazione e genera ricchezza. In pratica, per la prima volta la Cina guarda di più a se stessa, a soddisfare la domanda interna e a ridurre fortemente l’impatto ambientale dell’attività industriale. Un dato che, in generale, dovrebbe attenuare le preoccupazioni del resto del Mondo sugli effetti del rallentamento economico in corso.

Per quanto riguarda le conseguenze ambientali e climatiche di questa transizione, il 2015 sta confermando la tendenza dell’anno precedente con un ulteriore calo dell’impiego di carbone (-6%) già registrato nei primi mesi dell’anno: un evento di straordinario valore storico, economico e ambientale considerato che nel primo decennio del secolo l’aumento annuo era del 9-10%.

E’ la prova più tangibile del concreto impegno del governo cinese a ridurre l’inquinamento atmosferico che ogni anno provoca 1,6 milioni di morti e danni incalcolabili al’economia. Spinta dalle forte motivazioni ambientali, la Cina ha chiuso molte centrali a carbone, sopratutto in prossimità dei centri urbani, e ha dato inizio a una serie di investimenti sulle rinnovabili pari a 83 milioni di dollari solo nel 2014.

Questa riconversione economica ha comportato una netta riduzione della produzione di acciaio e cemento, che da soli producono il 60% delle emissioni inquinanti di tipo industriale. Dati non proprio ‘trascurabili’ per un Paese che è responsabile di una quantità di emissioni di gas serra superiore a quelle prodotte dal Stati Uniti ed Europa messi assieme. Più che preoccuparsi, c’è da augurarsi che il cambiamento proceda spedito in questa stessa direzione così da evitare che l’incremento delle temperature superi la pericolosissima soglia dei 2°.

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