TuttoGreen incontra Marco Forti di Vetiver Sardegna

di Rossella del 8 settembre 2011

Conoscevo il vetiver per via del suo olio, dal vago sentore d’erba e di limone che mio zio usava comprare a Parigi da Guerlain ma non sapevo che oltre all’industria profumiera – dove è usato come fissativo oltre che per i suoi poteri calmanti – questa pianta originaria dell’India avesse delle applicazioni incredibili che ne fanno un vero e proprio vegetale “multitasking”.

TuttoGreen incontra Marco Forti di Vetiver Sardegna

TuttoGreen ha allora chiesto a Marco Forti, fondatore di Vetiver Sardegna di spiegare meglio le proprietà di questa specie vegetale nell’ottica di una soluzione “verde” a problemi come contenimento dei terreni franosi, disinquinamento e gestione di appezzamenti avvelenati e perfino produzione dell’energia dalle biomasse.

TG: Come è nata l’idea di investire sul vetiver?

MF: Quando nel 1995 mi sono trasferito in Sardegna, mi sono reso conto che l’erosione dei terreni tenuti a pascolo era insieme un danno ambientale, che provoca inquinamento, ed un danno per le aziende del luogo che vivono della lavorazione dei prodotti caseari dal latte ovino.

La soluzione che ho immaginato era di eliminare l’erosione massimizzando le risorse idriche disponibili ma volevo che non impattasse sul territorio e fosse rispettosa dell’ambiente. Così mi sono orientato verso l’uso di specie vegetali che fossero sterili per non avere problemi di infestazioni, resistenti al fuoco per evitare di dover ripetere l’investimento più volte, che producessero foraggio per abbattere i costi di alimentazione del bestiame, e al contempo avessero basso fabbisogno idrico e poca manutenzione, vista la scarsa piovosità dell’isola.

Dopo 2 anni di ricerca e molti tentativi, “scopro” il vetiver (chrysopogon zizanioides) che assomma in sè tutte queste caratteristiche e – grazie al CNR di Catania – vengo a sapere che ha anche la capacità di depurare le acque reflue.

Così inizia la mia avventura con il vetiver, di cui gestisco tutto il ciclo produttivo e applicativo.

TG: Ma cosa fa esattamente il vetiver?

MF: Il network mondiale che propone l’utilizzo di queste piante per il territorio (The Vetiver Network International) indica il vetiver come rimedio per  il dissesto idro-geologico, l’inquinamento di acque e suoli, la carenza di acque di falda per irrigazione e consumo umano, la insostenibilità delle produzioni agricole e la carenza energetica. Vi sembra poco?

Nel tempo accumulo una conoscenza delle applicazioni di questa pianta che mi permettono di fare consulenze per la realizzazione di impianti volti al rimedio del dissesto idro-geologico.

Infatti questa è una soluzione di bio-ingegneria che costa molto meno dei muri di contenimento di cemento armato, è dinamica ed adattabile nel tempo, più duratura e crea lavoro perché necessita di manodopera locale, generando notevoli risparmi rispetto ai sistemi in cemento.

Ma le applicazioni non finiscono qui. Utilizzato in agricoltura limita l’apporto di fito-farmaci ed aumenta la quota di acqua di falda effettivamente presente sottoterra (fino al 40% rilevato in India in studi specifici), abbattendo drasticamente anche la quantità di sedimento (attualmente milioni di tonnellate) trascinato dai campi ai fiumi e al mare, che poi è la principale causa di penetrazione della chimica agricola nella catena alimentare!

Insomma, in definitiva questa pianta potrebbe essere un valido tassello in un quadro che abbia come soggetto una economia più verde di quella attuale.

TG: Esattamente come funziona l’azione contenitiva del vetiver?

MF: Grazie all’apparato radicale verticale e profondissimo, dai 4 ai 9 metri di profondità, e alla particolare forma delle radici, sottilissime ed in numero elevato, il sottosuolo viene avviluppato come in una maglia fitta ed estremamente resistente.

Contrariamente a quanto avviene con altre piante, questo tipo di radici non creano tensioni o spostamenti, al contrario oppongono  maggiore resistenza al cedimento (fino al 40% in più).

Le piante si applicano in siepi che devono seguire la curva di livello impedendo quindi alle acque piovane di scorrere liberamente in superficie trascinando via il terreno, ma le costringe ad infiltrarsi in profondità ricaricando le falde.

Abbiamo un triplice beneficio: maggiore resistenza del pendio ottenuta nel sottosuolo, azione di filtro dei sedimenti in superficie, eliminazione dello scorrimento delle acque meteoriche che produce l’erosione del pendio causandone il crollo da valle verso la cima.

Le siepi vegetative devono essere sistemate a precise distanze a seconda della pendenza presente: maggiore la pendenza, più vicine tra loro le siepi. Le necessità di manutenzione o di cura e irrigazione sono molto limitate nel tempo e le siepi durano anche più di cento anni.  Il risultato è definitivo!

TG: Avevi accennato anche all’utilizzo del vetiver come biomassa. Come funziona?

MF: Sulla base del vetiver di vivere e prosperare nei terreni anche semi-paludosi ho già detto . Che questa piantina sia  in grado di assorbire grandi quantità di elementi inquinanti, metalli pesanti anche ma allora non si potrebbe utilizzarla anche come biomassa.
Dovunque esistano acque di scarto, diventa interessante la produzione di biomasse: parliamo quindi di introdurre il vetiver nei bacini di lagunaggio, presso gli impianti di depurazione, nelle fognature consortili e comunali, negli impianti con produzione inquinante. Così tutti avrebbero la possibilità di riconsegnare acque pulite all’ambiente dopo averle utilizzate per scopi produttivi.

Grazie Marco per averci raccontato cose incredibili su questa pianta misconosciuta. Chi l’avrebbe mai detto che il vetiver avesse delle proprietà così interessanti per il territorio che sono chiare a molti da anni e venga già utilizzata nel mondo con successo al posto di soluzioni artificiali dannose per l’ambiente. Insomma il vetiver è proprio una piante delle meraviglie!

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Maurizio giugno 27, 2012 alle 5:33 pm

Bravi, complimenti.
Roberto, in Sardegna e presumo in tutto il sud, si coltiva benissimo

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roberto dallera aprile 7, 2012 alle 10:14 pm

un lungo articolo che però non dice la cosa più importante: non si può coltivare in quasi nessuna zona d’Italia perchè è sensibilissimo al freddo !!!!

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