Alberi, cattedrali naturali

di Erika Facciolla del 20 febbraio 2013

Sapevate che 100 anni di vita umana corrispondono a 1.000 anni di vita per un albero? Forse il dato potrebbe non sembrare così significativo, ma se pensiamo a quanta storia, ricordi, eventi e leggende l’esistenza di un albero può racchiudere in sé, ci accorgiamo di quanto preziosa possa essere per la nostra civiltà la diffusione di una vera e propria ‘cultura arborea’ che ci spinga a preservare questi scrigni naturali della memoria.

Pensiamo al famosissimo pioppo che Anna Frank scorgeva dalla finestra del suo rifugio o alla mitica quercia della foresta di Sherwood tanto cara a Robin Hood, o ancora agli olivastri millenari di Luras, in Sardegna: gli alberi sono testimoni del nostro passato e custodi del nostro futuro.

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All’ombra di alcuni degli più antichi alberi sparsi sulla terra si sono evolute società, religioni e si sono consumate guerre e carestie.

Questi alberi, dunque, sono cattedrali naturali, monumenti che simboleggiano la storia del nostro Pianeta e che – suo malgrado – l’uomo ha smesso di proteggere e amare. Sì, perché oggi si preferisce costruire una nuova strada piuttosto che piantare un nuovo albero e nelle nostre città lo smog, le potature estreme e gli spazi asfittici non assicurano alle piante una vita media superiore agli 8 anni.

Da una parte, dunque, non si piantano più alberi e quelli messi a dimora non sopravvivono per molto tempo a causa dell’incuria; dall’altra non si tutelano adeguatamente gli alberi monumentali ancora esistenti e che solo ora ogni regione sta cercando di catalogare.

Eppure gli alberi sono in grado di resistere alle condizioni climatiche più estreme, adattandosi continuamente agli stravolgimenti ambientali di cui l’uomo è spesso artefice diretto o indiretto.

Ciò a cui le piante non sopravvivono è quella che gli arboricoltori chiamano ‘Sindrome da deficit di Natura’: un disturbo che colpisce indistintamente uomini, piante e animali, poiché indotto dall’eccesiva urbanizzazione dell’ambiente naturale.

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Gli alberi perdono la loro innata capacità di sopravvivere autonomamente nell’ambiente antropizzato e diventano ‘piante domestiche’, esattamente come i cani e i gatti in cattività, che per vivere hanno bisogno delle cure dell’uomo. E se queste cure non sono adeguate la vita dell’albero è destinata a finire in poco tempo.

Una nuova cultura dell’albero, dunque, è quanto mai urgente e necessaria. Ma non basterà elargire finanziamenti destinati alla cura e alla manutenzione degli alberi monumentali e di quelli più giovani o sviluppare nuove tecniche all’avanguardia per salvare gli esemplari a rischio; occorre che la nostra società torni a comprendere l’importanza e il valore di questi testimoni silenti della nostra esistenza.

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