Allo studio la tecnologia che scompare dopo l’uso

di Claudio Riccardi del 12 settembre 2013

Ogni giorno crescono a dismisura, come fossero formiche. Sono nascosti da involucri, hanno dimensioni differenti, sono indispensabili per numerose delle nostre attività quotidiane. Tra le mura domestiche, negli ambienti di lavoro e servizio. Parliamo delle componenti elettroniche, concentrati di tecnologia sempre più complessi, che governano il funzionamento di moltissimi apparecchi.

Il loro unico problema è quello di avere una durata di esercizio, al termine della quale vengono cestinate. Si possono e devono conferire in contenitori appositi, ma non sempre è facile smaltirle. E così succede che si possano accumulare nelle discariche e, di riflesso, inquinare, perché contengono metalli ed elementi chimici dannosi per l’ambiente e spesso velenosi anche per l’uomo.

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La soluzione al problema potrebbe arrivare con dei chip in grado di dissolversi al termine del loro ciclo di vita. Non parliamo di fantascienza, ma dello studio congiunto di tre università americane (University of Illinois, Urbana-Champaign e Tufts University) che ha portato alla realizzazione di circuiti integrati biodegradabili, capaci cioè di sciogliersi nell’acqua secondo una tempistica programmata.

L’équipe, che sta ancora mettendo a punto la tecnologia ”autodistruttiva” biocompatibile, è riuscita a creare in laboratorio un biochip  di silicio e magnesio, imbrigliato in un tipo di seta speciale Il livello di degradazione del composto può variare  in relazione al tipo di trattamento a cui è stato sottoposto lo strato di seta esterno.

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ll dispositivo, testato con un sensore (impiantato nel corpo di un topo) per il monitoraggio dell’attività batterica all’interno di una ferita procurata per incisione, ha offerto risposte positive.

Per il circuito che scompare’ si paventano applicazioni in vari campi, dalla biomedica al mondo delle energie alternative, fino agli studi sull’ambiente e le condizioni climatiche: secondo i ricercatori migliaia di questi piccoli biosensori potrebbero monitorare l’evoluzione dei disastri ecologici e delle variazioni ambientali.

Il tutto, come ha spiegato John Rogers, professore di ”Materials Science and Engineering” alla University of Illinois, risparmiando spazio nelle discariche e riducendo sensibilmente la quantità di rifiuti.

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