Anche gli orti urbani esposti al rischio inquinamento

di Marco Grilli del 21 settembre 2013

La chiamano guerrilla gardening ed è la tendenza che si sta diffondendo sempre di più anche in Italia, volta a recuperare spazi verdi in città per migliorare la qualità dell’aria, combattere la cementificazione e soprattutto assicurare la produzione di alimenti eco-sostenibili, sani, nutrienti ed a basso costo.

Una battaglia verde che appassiona e coinvolge molti, pronti a coltivare spazi abbandonati e incolti con patate, carote, insalata, cavoli e melanzane, così come a sostituire le tradizionali piante decorative dei nostri balconi con vasi di salvia, basilico, rosmarino, menta o erba cipollina.

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Gli orti urbani mietono sempre maggiori consensi, soprattutto nelle grandi città asfissiate dal traffico e dallo smog, dove il verde sempre più soffocato dal cemento e dalla speculazione edilizia torna a reclamare il suo posto al sole. Un po’ dappertutto è sempre più facile trovare eventi, campagne informative e condivisioni sul web in materia di agricoltura urbana e se a Roma gli orti condivisi sono aumentati del 50% in un solo anno, a Milano è stato addirittura aperto un bando per assegnare nuovi appezzamenti.

Anche la FAO mostra il suo apprezzamento per le città verdi, che potrebbero garantire prodotti sani e sostenibili, mitigare gli squilibri climatici e migliorare le nostre condizioni di salute. D’altronde, questa potrebbe essere la risposta migliore alle preoccupanti proiezioni demografiche che hanno calcolato una crescita dirompente dell’urbanizzazione entro il 2025, con 3,5 miliardi di persone “ingabbiate” nelle città.

Fin qui le note positive. Eppure, anche in questo caso, non è tutto oro quel che luccica. Almeno stando ai risultati di una ricerca condotta dal Dipartimento di Ecologia dell’Università tecnica di Berlino in collaborazione con l’Orto botanico dell’Università nazionale di Khmelnitsky in Ucraina, che ha analizzato la concentrazione dei metalli negli ortaggi coltivati in prossimità delle strade segnate dal traffico automobilistico.

In poche parole, quest’agricoltura fai-da-te che ha fatto riscoprire il pollice verde a moltissime persone sia nei Paesi più ricchi che in quelli in via di sviluppo, è veramente sicura?  I suoi prodotti sono davvero salubri per il solo fatto di esser stati coltivati senza pesticidi? I ricercatori sono partiti dal presupposto che le coltivazioni in città siano sottoposte ad un maggior tasso di inquinamento, con possibili conseguenze negative per la nostra salute.

Per aver risultati più attendibili, lo studio ha preso in considerazione differenti varietà di ortaggi in diversi siti campione nella città di Berlino. L’analisi delle varie stituazioni e delle loro interrelazioni –coltivazioni in vaso o a terra, terreni di città o da orto, traffico più o meno intenso nelle vicinanze, presenza o meno di costruzioni o barriere vegetali intorno alle coltivazioni- ha determinato poi il calcolo della concentrazione in tracce di metalli nella biomassa.

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Si è cercato così di capire non solo a quale distanza dalla strada corrispondano i maggiori livelli di contaminazione, ma anche se gli ortaggi degli orti urbani siano sani quanto quelli coltivati nelle zone agricole e venduti nei supermercati. Alla fine,  i ricercatori hanno frenato gli entusiasmi per i giardini in città: le analisi hanno rilevato una concentrazione almeno doppia di metalli nei prodotti coltivati in città, rispetto a quelli che ritroviamo nei banchi dei supermarket.

orto urbano

Un orto urbano a Brooklyn, New York

Occhio soprattutto ai pomodori, i più contaminati nei contesti urbani, con livelli di cadmio e nichel superiori di ben cinque e undici volte in confronto a quelli coltivati in campagna, senza dimenticare  le alte concentrazioni in zinco delle bietole, addirittura sestuplicate se provenienti dai centri cittadini.

Se già odiate il traffico per lo stress e i rumori, ricordatevi allora che è anche il fattore più negativo per la contaminazione delle colture in città. Secondo la ricerca, infatti, il traffico veicolare ha notevolmente incrementato il contenuto di metalli nella biomassa, tanto che tutti gli ortaggi coltivati in prossimità di zone ad alta circolazione di mezzi hanno mostrato livelli più alti di piombo. Inoltre, nei due terzi dei prodotti orticoli coltivati a meno di 10 metri dalle strade più trafficate, sono state superate le soglie ammesse dall’Unione europea per la concentrazione in metalli.

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Eppure, c’è una piccola via di salvezza. Questi effetti negativi possono esser mitigati dalla presenza, in vicinanza delle coltivazioni cittadine, di barriere costituite da blocchi di edifici o da masse di vegetali: in pratica, i migliori argini per frenare la contaminazione, come rilevato dai ricercatori.

Se da una parte, quindi, gli studiosi tedeschi e ucraini mettono in guardia dai rischi per la salute connessi agli orti urbani, invitando tutti gli appassionati a considerare vari parametri – in primis la presenza del traffico – prima di avviare le coltivazioni in città, molti settori del mondo ambientalista criticano i risultati dello studio e difendono i giardini urbani.

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Secondo loro, infatti, bisognerebbe davvero riuscire a capire se le più alte concentrazioni di metalli siano derivate dallo smog o dalle sostanze assorbite dal terreno e dalle falde acquifere. Problemi, in questo caso, legati all’utilizzo dei pesticidi e alla cattiva pratica dell’interramento dei rifiuti, che riguardano in tutto e per tutto anche l’agricoltura tradizionale.

E ancor più gravi dello smog, i cui effetti negativi possono esser allontonati, seppur in piccola parte, con l’accurato lavaggio dei prodotti, come sottolineato dai sostenitori degli orti urbani. Che, a loro volta, invitano a prendere in considerazione anche l’incidenza positiva dei giardini in città, ben evidente in materia di contrasto all’inquinamento atmosferico.

La polemica è appena agli inizi: immaginiamo che i pro e i contro gli orti urbani continueranno a fronteggiarsi a colpi di analisi e controanalisi.

Nel frattempo, a voi la scelta!

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