Anche in Italia si accende la polemica contro il ‘fracking’

di Erika Facciolla del 22 febbraio 2013

La crisi energetica globale accompagnata dal momento di forte instabilità economica che sta mettendo a dura prova le economie dei paesi occidentali, prima fra tutte l’Italia, ha riacceso il dibattito intorno al calo delle fonti di approvvigionamento petrolifere e alla necessità di individuare fonti energetiche ‘alternative’ a quelle fossili.

Tuttavia le soluzioni possibili non sembrano così scontate, visto che il mercato petrolifero continua ad imporre logiche fuori dall’ordinario, riflettenti gli interessi economici delle grandi multinazionali.

In definitiva non c’è alcuna certezza sul fatto che le strategie che i paesi industrializzati adotteranno sul lungo termine siano focalizzate sulla ricerca di fonti energetiche realmente ‘alternative’ e ‘pulite’, nonostante sia ormai chiaro che per uscire da questo circolo vizioso occorre innanzitutto sostituire i combustibili fossili derivanti dal petrolio nel settore dei trasporti.

È molto più probabile, invece, che per tentare di conquistare la tanto agognata ‘autosufficienza energetica’ a poco a poco si sperimentino modi ‘non convenzionali’ di recuperare il petrolio attraverso tecniche innovative come quelle della fratturazione idraulica o fracking, ampiamente utilizzate in America nonostante le pesanti ripercussioni sull’ambiente e la salute dell’uomo.

SCOPRI QUI: Cos’è il fracking

In Italia il dibattito sul fracking si è riacceso in occasione dei terremoti che hanno colpito l’Emilia-Romagna, sulla cui natura molti hanno insinuato il sospetto che fosse colpa di questa tecnica, quando sembrerebbe non c’entrare nulla.

L’Europa al momento ne vieta l’uso ma al tempo stesso ha avviato alcuni studi sulla fattibilità di un progetto estrattivo basato sul cosiddetto gas di scisto, lo shale gas. Ma mentre la Francia ha un divieto tassativo sul fracking, così come la Bulgaria e il Lussemburgo. In Germania è in corso un dibattito e in Inghilterra la tecnica è utilizzata da anni.

In Italia, invece, il fracking è ‘tecnicamente’ vietato, ma non esiste alcuna legge che lo bandisca a tutti gli effetti. Ciò significa che in futuro alcune compagnie petrolifere potranno ricorrere a questo metodo estrattivo se il nostro governo non deciderà di vietarlo categoricamente con una legge ad hoc. Ma al di là dei sospetti e degli allarmismi poco fondati, i fatti dimostrano che qualcosa già si sta muovendo.

Durante l’ultimo governo Berlusconi, ad esempio, il sottosegretario alle attività produttive, Stefano Saglia, si era espresso favorevolmente sulla possibilità di sondare la presenza di gas di scisto nella Pianura Padana che, a suo giudizio, ‘potrebbe aprire nuove strade per l’approvvigionamento energetico in un momento particolarmente delicato a livello globale’.

POCHI LO CONOSCONO: Pericolo gas di scisto: peggio del carbone!

Maria Rita D’Orsogna, fisico, docente universitario dell’Università della California e attivista ambientale, ha avviato un’indagine complessa sull’argomento (www.dorsogna.blogspot.it) e anche se finora non è riuscita a provare l’esistenza di pozzi da fracking nel nostro Paese, è convinta che se anche ci fossero sarebbero ben nascosti.

Di certo c’è che l’Italia è costellata da una miriade di ‘pozzi di reiniezione’, vale a dire pozzi petroliferi dismessi che diventano vere e proprie immondezzai del fracking. In questi pozzi infatti vengono iniettati ad alta pressione fluidi di scarto saturi di sostanze chimiche tossiche e radioattive che comportano un elevato rischio di contaminazione per l’ambiente circostante, per le falde idriche e, non da ultimo, la stimolazione di attività sismiche di media intensità.

Nel suo blog, la D’Orsogna fa notare che negli Stati Uniti diverse regioni del Texas, Arkansas, Ohio e Oklahoma sono state oggetto di un’ intensa attività sismica nelle zone del fracking (fino a 4.7 della scala Richter), così come in Inghilterra e nelle pianure desertiche dell’Uzbekistan, dove alcuni scienziati russi hanno stabilito che l’attività di trivellazione ha causato terremoti fino al settimo grado della scala Richter (la così detta sismicità indotta).

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Ammettendo che in Italia il fracking non sia praticato, è indubbio che alcune delle regioni che negli ultimi anni sono state colpite da sciami sismici, Emilia-Romagna e Abruzzo in primis, sono anche piene di pozzi di reiniezione molti dei quali vicini alle aree terremotate e sui quali, fino a questo momento, il nostro Governo non ha mai indagato.

Dati ufficiali forniti dal Ministero delle attività Produttive confermano che in Emilia ci sono attualmente 514 pozzi perforati, di cui 69 non produttivi e destinati ad ‘altro uso’. Fra questi almeno 7 sarebbero pozzi di reiniezione: Angelina (Ravenna), Cavone(Modena), Cotomaggiore (2, Piacenza), Minerbio (Bologna), Spilamberto (Bologna-Modena), Tresigallo (Ferrara).

E come se tutto ciò non bastasse, il petrolio presente nel territorio italiano si trova a profondità notevoli, per cui è necessario trivellare oltre i 3.000 metri con ripercussioni sugli equilibri geologici degli strati rocciosi più profondi.

Al di là dei toni sensazionalistici con cui la discussione si è scatenata  sul web, è ovvio che una riflessione seria e attenta sull’argomento sia quanto mai necessaria e che, in attesa che i nostri politici prendano un posizione chiara e definitiva sulla questione,  il Governo debba rispondere a diversi interrogativi.

Come e da chi vengono effettivamente utilizzati i pozzi di reiniezione? Cosa sono veramente i pozzi destinati ad ‘altro uso’? Quali sono i rischi per la nostra salute e chi sta cercando (o ha già cominciato) a fare fracking nel nostro paese?

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