Barriera corallina australiana sempre più a rischio anche per il carbone

di Erika Facciolla del 16 febbraio 2014

Incredibile ma vero: anziché massimizzare gli sforzi per ridurre le emissioni di CO2 e salvaguardare l’ambiente, in diversi angoli del Pianeta c’è chi lavora alacremente per l’esatto contrario. Succede in Australia, precisamente ad Abbot Point, dove ha sede uno dei più importanti terminal del mondo per l’imbarco di carbone destinato al mercato cinese.

Non contento della già ragguardevole quantità di questo combustibile fossile che il porto movimenta ogni anno, il Primo Ministro conservatore australiano –  che ironia della sorte si chiama Tony Abbot – ha in serbo un ambizioso progetto di ampliamento che dovrebbe trasformare Abbot Point nel più grande porto di carbone del Globo.

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Il ministro, già noto per le sue iniziative antiambientaliste, ha ignorato finora l’opposizione di attivisti, scienziati e rappresentanti politici che hanno contestato duramente l’iniziativa. L’ampliamento del terminal, infatti, implicherebbe lo scavo e il drenaggio di 3 milioni di m³ di terra che verrebbero riversati nei pressi del Parco nazionale delle isole di Whitsundays, compromettendo irreparabilmente la magnifica barriera corallina australiana e con essa un intero ecosistema.

E non è tutto. Se il progetto venisse effettivamente approvato, l’altra conseguenza più disastrosa sarebbe l’aumento esponenziale delle emissioni di CO2. Una prospettiva che peggiora la reputazione ambientale del continente australiano, già responsabile del 15% delle emissioni totali derivate dal carbone.

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La barriera corallina australiana rappresenta, di fatto, un ecosistema unico nel suo genere, il solo ad ospitare alcune delle più rare creature marine al mondo. La sua stupefacente architettura (tra l’altro l’unica visibile dallo spazio) è opera dei coralli che nel corso dei millenni sono riusciti a ‘costruire’ un’imponente muraglia sommersa lunga 2.300 km e larga 80!

Non a caso, l’UNESCO ha inserito la ‘Grande barriera corallina’ nella lista dei Patrimoni dell’Umanità, riconoscendone l’immenso valore naturalistico e ambientale. Nonostante questo, da decenni subisce l’effetto nefasto dell’azione dell’uomo e dell’inquinamento; basti pensare che dal 1985 ad oggi la quantità di coralli è diminuita del 50% a causa dei cambiamenti climatici che hanno alterato il tasso di salinità dell’acqua e la temperatura media. Questi due fattori hanno provocato lo sbiancamento e la morte dei coralli, i grandi costruttori della barriera.

Un altro fattore che mette a repentaglio la conservazione della barriera corallina australiana è l’acidificazione dell’acqua provocata dall’alta concentrazione di gas serra nell’atmosfera che, attraverso le piogge, si riversano in mare alterandone il tasso di acidità. E a farne le spese sono sempre i coralli, che vengo erosi e inscheletriti fino alla distruzione completa.

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Se questi fattori di rischio sono gli stessi che minacciano anche le barriere coralline minori nel resto del Pianeta, per quella australiana esiste una minaccia in più, peculiare di questa regione terrestre: la proliferazione della cosiddetta ‘corona di spine’. Si tratta di un tipo di stella marina che si nutre di corallo vivo e che negli ultimi anni è stata in grado di aumentare per via dell’aumento di pesticidi e fertilizzanti chimici dispersi in acqua.

Ma cerchiamo di capire la connessione tra quello che succede a terra e le conseguenze che si hanno in mare.

Le pianure australiane del Queensland sono sfruttate soprattutto per la coltivazione della canna da zucchero. I pesticidi e i fertilizzanti chimici utilizzati nelle colture finiscono in mare favorendo la crescita di un’alga di cui le ‘corone di spine’ sembrano essere ghiotte. Da qui il notevole aumento di esemplari di questa specie, ognuno dei quali è capace di divorare 10 mq  di corallo vivo in un solo anno.

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Da qualche anno – sotto la forte pressione delle associazioni ambientaliste e dell’UNESCO – il governo australiano ha adottato un piano di sostegno per gli agricoltori locali che punta ad incentivare l’utilizzo di prodotti alternativi a quelli chimici.

L’altra raccomandazione impartita dall’UNESCO ai rappresentanti politici australiani era quella di frenare lo sviluppo dei porti industriali e lo sfruttamento delle materie prime, che sono le cause principali del deterioramento della Grande barriera. Un proposito non certo semplice da mettere in pratica visti gli enormi interessi economici che gravitano intorno al settore minerario.

Il progetto deliberato lo scorso dicembre è la prova eloquente di quanto difficile sia mettere da parte tali interessi. Oltre all’ampliamento del porto di Abbot Point, il Primo Ministro australiano ha appoggiato la costruzione di un imponente impianto di liquificazione del gas, il secondo al Mondo nel suo genere.

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A difesa dell’ambiente sono scesi in campo anche gli scienziati, che da mesi cercano di mettere in guardia il Governo dai rischi connessi all’ampliamento dei porti industriali australiani. La parola ora passa all’UNESCO, i cui rappresentanti si pronunceranno sulla questione il 25 giugno 2014. Nel frattempo l’opinione pubblica mondiale si interroga sul futuro della più grande foresta pluviale sommersa del Pianeta.

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