Il super fracking mette in pericolo l’America rurale

di Erika Facciolla del 30 maggio 2013

In America si torna a parlare di fracking e dei rischi indotti dall’attività di fratturazione idraulica perpetrata in diverse aree del paese alla spasmodica ricerca di nuove fonti petrolifere e gas naturali.

Siamo nella regione di Bakken, North Dakota, proprio a ridosso del confine canadese, dove da diversi anni gli abitanti della comunità di Williston e degli altri villaggi limitrofi sono assediati da un susseguirsi di camion, trivelle, betoniere e dal rumore incessante delle trivelle e delle pompe idrauliche sempre in funzione.

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In questa terra sperduta al confine nord-americano, l’intensa attività petrolifera degli ultimi anni – in mano per lo più ai colossi del comparto, come Continental Resources e Whiting Inc. – ha prodotto tanti posti di lavoro e dato vita a un piccolo boom economico: sullo sfondo, i gas incendiari dei pozzi petroliferi, nuvoloni di polveri nere che rendono l’aria irrespirabile e sterminate praterie – che un tempo ospitavano le tribù di nativi Dakota, il Parco nazionale Theodore Roosevelt e allevamenti di carne bovina pregiata – spazzate via da pozzi estrattivi che oggi lavorano al ritmo di 1 milione di barili di petrolio all’anno e che le compagnie petrolifere non sanno più come trasportare fino agli stabilimenti.

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Gli americani lo chiamano ‘light crude’, ovvero ‘petrolio facile’, e il suo recupero grazie al fracking è diventato ancora più semplice ed economico, con buona pace degli ambientalisti che vedono in questa ‘rivoluzione tecnologica’ un serio pericolo per gli equilibri ambientali e la salute dei 700 mila cittadini che abitano in quelle lande sperdute, dove ormai si contano più pozzi che case, simbolo di quell’America rurale che non esiste più.

Dal 2008 ad oggi la tecnologia è cambiata moltissimo e i pozzi vengono fatti funzionare con la tecnica dello sliding sleeve, un sistema avanzato di fratturazione, noto anche con il nome di superfracking, che consente di provocare fino a 30 serie continue di fratturazioni sotterranee.

Per riuscirci, si devono utilizzare grandi quantità di composti chimici inquinanti per facilitare lo ‘scivolamento’ del greggio fino in superficie. L’equazione è semplice: più si fratturano gli strati argillosi profondi del terreno, maggiore è la quantità di petrolio e gas che si riesce ad estrarre.

Un’operazione complessa, sicuramente remunerativa, ma molto rischiosa considerando che il numero di ispettori per la sicurezza arruolati, contrariamente alla crescita esponenziale dell’attività estrattiva, nel corso degli anni si è paradossalmente dimezzato. Ma poco importa se a comandare non è, come spesso accade, il buon senso ma il dollaro.

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Che il fracking sia poco sicuro e che i suoi effetti sull’ambiente e sulla salute umana rimangano ancora difficilmente valutabili, è cosa ormai assodata. A questo si deve aggiungere la difficoltà intrinseca al complesso lavoro di monitoraggio e controllo della gestione dei liquidi di scarico prodotti dalla fratturazione per il cui trasporto sono necessari centinaia di mezzi e macchinari. E se di tanto in tanto qualche tonnellata di veleni si riversa accidentalmente nel terreno, niente paura: basta pagare una multa e ripulire in fretta quanto disperso.

Oltre all’inquinamento indotto dall’uso dal petrolio, agli enormi quantitativi di acque necessarie per far funzionare i pozzi e all’inquinamento prodotto dai tanti automezzi in movimento, la minaccia più seria arriva dalle esalazioni sprigionate dalle estrazioni e dalla combustione di shale oil, l’olio di scisto. In particolare, quelle derivanti dal gas flare, la combustione di gas naturale, che non può essere catturato e bruciato negli oleodotti perché impuro.

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Che effetti hanno questi gas sulla salute una volta dispersi nell’atmosfera? Gli esperti non sanno ancora dare delle risposte che siano avvalorate da riscontri scientifici, ma le stime dicono che il 32% del gas naturale viene bruciato contro una media nazionale dello 0,7%. Ciò equivale a 350 camini sempre attivi e 2-4 milioni di tonnellate di CO2 (l’equivalente di 21 centrali elettriche a carbone) che ogni anno finiscono nell’atmosfera senza alcun controllo.

E che dire della abnorme quantità di gas metano che può ‘sfuggire’ dai pozzi se non adeguatamente incanalato e bruciato? Difficile rispondere, ma considerato che si tratta di un potente gas serra, nonché uno dei primi responsabili dei cambiamenti climatici, l’impatto ambientale potrebbe essere a dir poco devastante.

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I più autorevoli climatologi mondiali, del resto, hanno già bollato il ‘petrolio non convenzionale’ come una condanna molto più grave del petrolio convenzionale, dal momento che lungo tutto il suo ciclo produttivo la CO2 prodotta è significativamente maggiore.

Il ché vuol dire più inquinamento, meno sicurezza e tanti rischi non calcolabili. Ma tutto questo, di fronte all’isteria americana e al folle progetto di compiere quel miracolo chiamato ‘indipendenza energetica’ non conta nulla: Obama ha già definito la corsa al petrolio una ‘priorità’  sin dal 2011, con la presentazione del piano energetico ‘All of the Above’, e dal momento che lo ‘shale oil’ contribuisce per il 15% alla produzione di petrolio domestico nazionale, il destino del Pianeta appare ormai irrimediabilmente segnato …

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