La Cina vuole far pagare multe a chi inquina

di Erika Facciolla del 6 gennaio 2015

Maggiori poteri agli organismi di controllo, pene più severe, multe a chi inquina e controlli sui governi regionali tra le misure d’emergenza che il Dragone mette in campo per la salvaguardia ambientale: basterà?

Pugno di ferro del governo cinese contro l’inquinamento ambientale. Dopo ben 25 anni il paese ha finalmente aggiornato la vecchia legislazione varata nel 1989 con una nuova normativa, molto più rigida e severa, entrata in vigore dal 1° gennaio 2015, confermando il momento di apertura legislativa che la nazione cinese sta vivendo da qualche anno a questa parte, cercando di recepire le “istanze dal basso” della popolazione.

L’approccio ‘tolleranza zero’ con salate multe a chi inquina e pene più severe previste per una gamma molto più vasta di reati ambientali si inserisce in una evoluzione del quadro normativo che punta ad esercitare uno stretto controllo anche sui governi regionali che finora hanno insabbiato i malfatti dei principali responsabili dell’inquinamento e ostacolato le ispezioni.

Tra i provvedimenti più aspri, multe pecuniarie ‘illimitate’ e carcere per i trasgressori recidivi e per i proprietari delle aziende che non adegueranno le attività industriali ai nuovi regolamenti previsti in materia ambientale.

Grazie alla riforma della legge, gli organismi deputati al controllo e alle verifiche dei reati ambientali avranno maggiori poteri e l’intero sistema- paese sarà focalizzato sulla ricerca di un modello di sviluppo economico e sociale compatibile con le irrimandabili emergenze ambientali.

E se i controlli saranno molto più serrati e le pene ancora più dure nei confronti delle imprese responsabili dell’inquinamento atmosferico e idrico, ai cittadini il governo del premier cinese Li Keqiang ha già chiesto di adottare uno stile di vita frugale e a basso impatto ambientale.

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Purtroppo, però, c’è chi solleva già le prime perplessità nei confronti di un quadro normativo che appare nobile nelle intenzioni ma potenzialmente debole nei fatti: la possibilità di coinvolgere i tribunali nella dispute ambientali di pubblico interesse è stata estesa a tutte le Ong (300) del Paese registrate al Ministero degli Affari che non hanno commesso infrazioni della legge negli ultimi 5 anni; tutti gli altri, privati cittadini inclusi, sembrano al momento esclusi da queste prerogative, limitando di fatto la portata della riforma.

La Cina, in altre parole, sta cercando di limitare i danni procurati da decenni di malgoverni che hanno reso irrespirabile l’aria di due terzi delle città del paese, inquinato il 60% delle falde acquifere e contaminato il 20% del suolo. Resta da vedere se alle parole seguiranno davvero i fatti.

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