Nucleare in India: la prossima grande emergenza?

di Alessia del 9 maggio 2013

Si dice che a volte l’uomo impari dagli errori del passato per poter cambiare rotta e investire meglio le sue risorse ma non è sempre così, soprattutto quando ci sono di mezzo interessi economici e politici.

Ricorderete tutti il disastro avvenuto a Fukushima nel 2011, così come tutte le polemiche a livello mondiale che hanno portato a mettere in discussione le tradizionali politiche energetiche, interrogandosi in particolare su quanto valesse la pena continuare ad investire sul nucleare.

Purtroppo esistono Paesi che fremono dalla voglia di emergere da condizioni di assoluta povertà e in questi casi il rischio che si possa cedere alle lusinghe del nucleare è molto elevato.

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Questo è quanto sta accadendo all’India, che dopo l’Indipendenza nel lontano 1947, ha deciso di investire sull’atomo per correre a fianco delle potenze occidentali.

In un primo tempo il nucleare è stato usato per sviluppare armi per la sicurezza nazionale e solo nel 2004, sotto il governo Singh, si è deciso di puntare sull’energia nucleare ad uso civile, adducendo come motivazioni la lotta al surriscaldamento globale e la necessità di ridurre la dipendenza dal carbone.

Gli Stati Uniti hanno subito visto nel Paese asiatico un ottimo partner per le strategie politico-commerciali, tanto che nel 2008 è stato firmato lo US-India Civil Nuclear Agreemen, un accordo di cooperazione pacifica sul nucleare.

Anche altri Stati come Australia, Francia, Argentina,  Mongolia, Kazakistan, Russia, Regno Unito, Canada e Corea del Sud si sono impegnate per favorire lo sviluppo tecnologico nucleare del gigante asiatico.

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Uno dei primi grandi handicap per l’India è stata la scarsa presenza di uranio, che ha portato il Paese a stringere continui accordi con altri produttori, come Russia e Kazakistan.

In uno dei raduni annuale dell’IAEA, il presidente della Commissione per l’energia atomica dell’India, Srikumar Banerjee, ha ribadito che lo Stato asiatico avrebbe puntato sull’energia nucleare, che costituisce la quarta fonte di energia elettrica nell’intero Paese.

Gli ultimi dati sono molto ambiziosi: il Governo spera di raggiungere entro il 2032 l’obiettivo di produrre 64.000 MW di energia atomica.

A questo progetto si affiancano però tutta una serie di problematiche abbastanza rilevanti.

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Nello Stato del Maharastra, a Jaitapur, si prevede di costruire il più grande complesso nucleare del mondo grazie agli investimenti di Areva, una importante società francese del settore. Il progetto ha fissato per il 2018 l’ attivazione della prima unità ma a quanto pare nessuno ha prestato la giusta attenzione alla forte sismicità della zona, con il grande rischio di replicare quanto successo in Giappone.

Attualmente in India ci sono 20 reattori distribuiti su 6 centrali nucleari e il numero degli incidenti è molto elevato perché il personale scarseggia e  non vengono prese le giuste precauzioni in termini di sicurezza.

Nel 2012 per esempio più di 40 operai sono stati esposti in un solo giorno a radiazioni pari al limite annuale consentito e sono ugualmente tornati sul posto di lavoro.

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Gli attivisti locali, al contrario dei movimenti anti-nucleari più affermati, lottano più per la perdita dei loro terreni e la corruzione politica invece che per il rischio di una catastrofe ambientale.

A Koodankulam, nell’India meridionale, dove è prevista la costruzione di un nuovo impianto, migliaia di manifestanti, per lo più pescatori e contadini, e soprattutto donne, hanno avviato una lunga protesta alla quale le forze locali hanno reagito con violenza e arresti.

Ancora oggi più di 412 milioni di indiani non hanno l’elettricità ma siamo certi che la soluzione a tutto questo sia da cercarsi nell’atomo d’uranio?

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