Oceani sempre più in pericolo per acidificazione e global warming

di Claudio Riccardi del 9 gennaio 2013

Surriscaldamento globale, acidificazione delle acque marine. Sono questi i fattori che negli ultimi 500 milioni di anni hanno influito più di altri hanno determinato le principali estinzioni di specie negli oceani. A rivelarlo uno studio di respiro internazionale, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista ‘Trends in Ecology and Evolution‘, effettuato analizzando fossili e materiali storici.

Per citare un esempio, nella ‘Grande Morte’ del Permiano di 250 milioni di anni fa, il team di ricerca ha verificato che il 95 per cento delle specie marine e’ morto a causa di una combinazione di riscaldamento, acidificazione, perdita di ossigeno e habitat. Fattori cui – tornando ai giorni nostri –  si sono aggiunti effetti dell’azione dell’uomo, quali inquinamento, attività di caccia e pesca.

Il problema è che il rapporto tra gli esseri umani ed oceani è legato da un sottile equilibrio: gli oceani, secondo gli scienziati, sono strettamente legati alla nostra sopravvivenza e al benessere e alla prosperita’ della vita sulla Terra. I 7 miliardi di uomini presenti sul globo rappresentano un’influenza determinante per il destino degli oceani, che senza un intervento organizzato rischiano di dover far fronte a nuove estinzioni. La strada da seguire potrebbe prendere spunto dal programma di conservazione dei coralli, che sinora ha restituito risultati soddisfacenti. Ma serve agire con progetti concreti, e di effetto immediato.

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Anche l’organizzazione ambientalista Greenpeace è intervenuta sulla materia, sottoponendo all’attenzione un piano d’azione in 10 punti:

1. Realizzare una rete di riserve marine che protegga almeno il 40% della superficie degli oceani, con particolare focus sulle aree a maggiore biodiversità
2. Favorire la piccola pesca sostenibile, far rispettare i limiti scientifici di cattura per non sovrasfruttare gli stock ittici.
3. Divieto ai metodi di pesca distruttivi, come la pesca a strascico d’alto mare o la pesca con reti a circuizioni.
4. Riduzione dell’inquinamento terrestre
5. Diminuzione del traffico navale e del trasporto di carichi pericolosi in zone sensibili.
6. Prestare attenzione al pesce che consumiamo, assicurandoci che non provenga da stock sovrasfruttati o da una pesca distruttiva.
7. Stop alle perforazioni off shore: le attività di estrazioni pericolose minacciano molti habitat preziosi.
8. Moratoria contro lo sviluppo industriale nell’area dell’Oceano Artico.
9. Riduzione dell’uso di confezioni e imballaggi in plastica, responsabili dell’80% dell’inquinamento degli oceani
10. Limitare i gas serra prodotti dalle attività umane, che causano l’aumento dell’acidità degli oceani, la distruzione delle barriere coralline e l’innalzamento del livello del mare.

Un elenco di non facile realizzazione, soprattutto se si considerano gli interessi in gioco. Un elenco che soprattutto richiederà anni, forse decenni, per una sua reale applicazione. E voi, cari lettori, come vi ponete di fronte alla questione?

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