Sfruttamento marino: gli oceani nuova meta di una corsa all’oro e ai metalli preziosi

di Alessia del 20 marzo 2014

In ogni epoca l’uomo ha cercato di sfruttare al massimo le risorse della Terra, spesso spostandosi da uno Stato all’altro con importanti fenomeni migratori come quelli che segnarono l’America nel periodo della corsa all’oro.

Adesso una nuova frontiera sembra stia prendendo piede e interessa i fondali dei nostri oceani, come se non bastassero già i problemi indotti dai cambiamenti climatici, i rifiuti e la pesca eccessiva a rovinarli.

Nelle acque del Pacifico, a 4.000 metri di profondità, alcune società minerarie stanno valutando la possibilità di individuare giacimenti di minerali necessari alla moderna tecnologia industriale.

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Essendo zone inesplorate, si stima che si possano estrarre rame, cobalto, metalli e manganese in quantità 10 volte superiori alle terre emerse.

Michael Lodge, vice segretario generale dell’Autorità internazionale dei fondi marini, ha dichiarato che negli ultimi 4 anni il numero delle imprese interessate alla nuova ‘corsa all’oro’ è notevolmente incrementato.

Ad oggi sono stati rilasciati 26 permessi per esplorare un’area del Pacifico grande quanto il Messico. Tra i Paesi interessati compaiono la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, la Russia, l’Inghilterra, il Brasile e la Germania.

Per estrarre questi minerali non sono necessarie perforazioni, in quanto si trovano sotto forma di noduli sul letto dei fondali. Le loro dimensioni possono variare da pochi centimetri fino ad arrivare ai 30.

Questo sembrerebbe allettare ancora di più i sogni dei vari magnati industriali che avrebbero già immaginato la possibilità di raccogliere i sedimenti attraverso delle grandi pinze che poi depositerebbero il materiale sulle navi.

Gli scienziati stanno iniziando a lanciare i primi allarmi: non abbiamo ancora idea di quali conseguenze nefaste potrà apportare lo sfruttamento dei fondali. Se una volta questi venivano considerati come dei deserti marini, oggi sappiamo che sono ricchi di vita e offrono riparo a migliaia di specie marine invertebrate.

Sylvia Earle, un’ oceanografa del National Geographic, ha espresso la sua preoccupazione rispetto alla futura gestione dei rifiuti. Nonostante l’Autorità dei fondali marini abbia proposto di considerare 1,6 milioni di km quadrati di fondale oceanico come aree protette, c’è il forte rischio che sotto le pressioni commerciali queste aree vengano via via ridimensionate. E in più, mettiamoci che al momento non vi sono abbastanza dati scientifici per poter considerare del tutto innocua un’operazione di tale portata.

Gli oceani garantiscono il 50% della produzione di ossigeno per tutto il pianeta e sono fondamentali per la salute dell’intera umanità e la sicurezza alimentare.

Ammontano infatti a circa 3 miliardi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, le persone che fanno affidamento sulla pesca per la loro sopravvivenza, quindi la tutela della biodiversità deve restare un punto cardine.

Forse arriveremo al punto di aver bisogno di ricorrere ai minerali dei fondi oceanici, ma quando ciò avverrà dovremmo essere pronti con un pianto di intervento che sia quanto meno ecologicamente responsabile.

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