Anche gli animali si curano da soli

di Marco Grilli del 1 ottobre 2016

Con un termine difficile, zoofarmacognosia, si indica una recente disciplina scientifica che studia i metodi e le pratiche utilizzate dagli animali per curarsi dalle malattie. Il primo a proporre il concetto di auto-medicazione nei vertebrati non umani fu, nel 1978, l’ecologista dell’Università della Pennsylvania Daniel H. Janzen. Fu lui a compilare delle relazioni dettagliate sui possibili comportamenti auto-curativi di una grande varietà di animali, non semplicemente spiegabili con le usuali abitudini alimentari ma con la capacità di poter utilizzare i metaboliti secondari di alcune piante come stimolanti, lassativi, antiparassitari, antibiotici o antidoti per le tossine accumulate.

Oggi la zoofarmacognosia è una scienza che abbraccia varie discipline (ecologia, botanica, farmacologia, chimica, parassitologia, antropologia), costantemente alla ricerca dei modi con cui gli animali selvatici si procurano spontaneamente in natura i rimedi per curare varie patologie.

Una sorta di fitoterapia animale, quindi, che gli scienziati stanno cercando di capire se è intenzionale o meno.

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Ebbene sì, potremmo avere ancora molto da imparare dai comportamenti di coloro che condividono con noi la vita sul pianeta Terra. La comunità scientifica sta perfino rivalutando alcune credenze delle popolazioni indigene, da sempre considerate infondate, che, tramite l’osservazione dei fenomeni naturali e l’analisi delle reali motivazioni dei comportamenti animali, hanno portato alla scoperta di molte fonti medicinali utili anche per gli umani. In ogni caso è ormai riconosciuto che alcune caratteristiche della selezione dietetica degli animali selvatici si siano evolute per ridurre il rischio di parassitismi.

D’altronde, basta leggere i classici greci e latini per scoprire come già gli autori antichi citassero numerosissimi casi di animali che ricorrevano all’automedicazione mediante le risorse della natura. Pare riduttivo considerarli tutti privi di fondamento, perché la conoscenza e l’utilizzo delle piante medicinali potrebbero non essere un’esclusiva prerogativa di noi umani. Lo stesso primatologo Micheal Huffman, uno dei pionieri della zoofarmacognosia, ritiene verosimile che l’origine della medicina basata sulle erbe curative abbia delle radici profonde nel regno animale: secondo la sua opinione, infatti, dalla preistoria l’uomo ha studiato gli animali domestici e selvatici come fonti di rimedi curativi, mentre parallelamente gli animali hanno imparato l’automedicazione dall’osservazione dei loro simili.

Oggi la zoofarmacognosia continua a battersi per la tutela della biodiversità, non solo per il nobile fine della difesa dell’ecosistema, ma anche perché proteggere gli ambienti dove vivono le piante medicinali e gli animali che se ne servono significa poter conoscere nuove molecole da utilizzare nell’industria farmaceutica, nonché capire come gli animali si curano senza mettere in atto, almeno all’apparenza, dei meccanismi di resistenza alle sostanze chimiche di cui usufruiscono.

Le modalità autoterapiche degli animali sono svariate: si passa dalle applicazioni topiche all’ingestione, fino alle operazioni di sterilizzazione dei nidi e alle procedure di disintossicazione con la geofagia, ossia il consumo di terra e minerali.

Per quanto riguarda il primo aspetto, sono noti i comportamenti delle scimmie cappuccino che vivono nel Costarica, le quali sfregano sul loro pelo sia la polpa di varie specie di Citrus, che alcune parti di piante (ad esempio rami di Clematis e baccelli di Sloanea) miscelate con la loro saliva, le stesse utilizzate dalle popolazioni indigene del posto per curare le irritazioni della pelle o allontanare gli insetti.

animali si curano da soli

Non solo le scimmie tra le specie animali che si curano facendo ricorso alle risorse che la natura mette a disposizione

Per fini antibatterici e antinfiammatori, gli orangutan del Borneo usano distribuire sul loro corpo una rara pianta tipica del luogo, la Commelina, dopo averla masticata per alcuni minuti e aver formato con la saliva un bolo che ha l’aspetto di una schiuma verdastra. Anche in questo caso le popolazioni indigene utilizzano la stessa pianta per medicamenti topici. Solo per citare un altro esempio di applicazione esterna seguita a una lavorazione della fonte vegetale, non possiamo dimenticare il comportamento dell’orso bruno e dell’orso dell’Alaska (kodiak), che sono soliti masticare a fondo le radici di una pianta (Ligisticum porteri), per poi cospargersi il manto col bolo ottenuto.

Se poi, al fine di scacciare vari parassiti, molte specie di uccelli e mammiferi (tra cui lemuri e scimmie) sono abituate a strofinarsi sulle piume o sul pelo addirittura dei millepiedi, significativo è un comportamento che è stato definito anting e riguarda oltre 200 specie di uccelli, alcune scimmie e scoiattoli. In questo caso le specie elencate sfruttano il contatto o mantengono sulle loro piume (o pelo)  alcune formiche ricche di acido formico, dotato di proprietà inibitorie verso pulci e acari, arrivando perfino a strofinarsi direttamente sui loro nidi. Questo tète-a tète con gli insetti  vale per combattere i parassiti ed è inoltre efficace per dar sollievo alla pelle irritata e mantenere in salute le piume e il pelo.

Innumerevoli sono anche gli esempi di ingestione di piante medicinali. Le carnivore tigri indiane si nutrono occasionalmente dei frutti di Ziziphus jujuba per le loro proprietà purgative, i babbuini del genere Papio sfruttano i poteri antielmintici del frutto di Balanites aegyptica (la diosgenina in esso contenuta è infatti uno steroide efficace contro gli stadi larvali dei trematodi), gli scimpanzé della Tanzania vanno matti per una nota pianta medicinale, la Vernonia amygdalina, non per il fatto che sia buona (le sue foglie sono particolarmente amare) ma in virtù delle sue proprietà terapeutiche, prediligendo inoltre le foglie di varie specie di un’altra pianta, l’Aspilia, che non vengono digerite ma vista la loro consistenza ruvida contribuiscono a catturare e a espellere i vermi e i parassiti, stimolando anche i movimenti peristaltici intestinali.

Praticamente tutti gli animali si curano da soli, perfino gli insetti si nutrono delle piante a fini terapeutici: la sensazionale scoperta si deve agli studiosi dell’Università dell’Arizona, che hanno dimostrato come i bruchi Grammia incorrupta aumentino il consumo di foglie del senecio e di altre piante contenenti potenti alcaloidi per eliminare i parassiti intestinali, con gli stessi alcaloidi che permettono di rendere il sapore del bruco sgradevole ai predatori.

Almeno 50 specie di uccelli sono note poi per inserire parti fresche di piante nei loro nidi, senza che queste abbiano alcun ruolo nel costituire l’intelaiatura di tali strutture. Il motivo? Questo fogliame non serve per costruire ma svolge importanti funzioni antimicrobiche, antibatteriche e antiparassitarie. Tali pratiche sono comuni anche a molti insetti: la formica del legno (Formica paralugubris), ad esempio, incorpora nel suo nido grandi quantità di resine di conifere per inibire la crescita di microrganismi patogeni.

Eccoci infine alla geofagia, un atto comune a mammiferi erbivori e onnivori, uccelli, rettili e insetti, che consumano volontariamente terra, argilla e carbone, allo scopo di mantenere il pH intestinale, soddisfare le richieste di sodio o altri minerali, disintossicare l’organismo e combattere problemi intestinali quali la diarrea.

I misteri della natura sono forse insondabili, ma se insistiamo nel tutelare la biodiversità e continuiamo a tenere gli occhi bene aperti per studiare il comportamento animale, la fitoterapia potrebbe trovare ulteriori sviluppi, aumentando così le possibilità di difesa per la nostra salute.

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