Cavare il marmo inquina i fiumi

di Luca Scialò del 29 agosto 2015

Il marmo è una delle risorse principali per Massa Carrara, ma anche un fattore di forte inquinamento. Lo scarto di lavorazione del marmo riversato fino agli anni ottanta nei corsi d’acqua, ha fatto già sparire ogni forma di vita nel fiume Frigido, che nasce nelle montagne di Massa e scivola giù verso il mare. E ora è stato di nuovo rilevato dall’Arpat. Stesso dicesi per il Carrione, altro corso d’acqua che nasce nelle Alpi Apuane, vicino a Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

Se è vero che cavare il marmo inquina i fiumi, è altrettanto vero che questo è solo una parte della storia: di fatto non è dannoso solo per le specie animali e vegetali, bensì provoca anche la sparizione dei corsi stessi. E’ già successo alla Focalaccia, cresta di un monte al confine tra il comune di Massa e quello di Minucciano in provincia di Lucca.

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Inutile dire che l’acqua vicino alle cave sia molto inquinata si ricorre a cinque livelli di depurazione rispetto a uno delle acque provenienti da fonti lontane. I geologi sostengono sostengono poi che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato, che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marmettola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il Comune di Massa a metà anni ’90 ha già speso circa 5 miliardi delle vecchie lire per ripulire l’alveo del fiume dalla marmettola. E tutto lascia presagire che si rendono necessari nuovi interventi. Trovare altre tecniche di estrazione del marmo si rende pertanto necessario, utopistico sarebbe chiedere a queste attività di smettere. Sarebbe un danno economico elevato per la comunità locale, tra aziende impegnate direttamente e indotto.

Ma è anche vero che si sta danneggiando pesantemente l’ambiente circostante. Un po’ come il caso Ilva di Taranto.

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