Materiali biodegradabili: cosa sono e quali si trovano in circolazione?

di Jessica Ingrami del 22 ottobre 2011

Di cosa si parla quando si parla di materiali bio-degradabili, spiegato in parole semplici.

Può sembrare una domanda banale a cui tutti sanno rispondere ma, in realtà, è un argomento pieno zeppo di sfaccettature e dove entrano in gioco le novità portate dalle nuove tecnologie.

In linea di principio, possiamo ritenere biodegradabili tutti quei materiali che si decompongono grazie all’intervento di funghi e altri microrganismi presenti in natura. Il processo di decomposizione ha inizio quando la sostanza viene letteralmente attaccata dai batteri che, estraendo gli enzimi, favoriscono la trasformazione del prodotto iniziale in elementi più semplici. L’ultimo stadio è il graduale assorbimento delle microparticelle dal terreno.

Un materiale non decomponibile, invece, rimane semplicemente a terra, danneggiando l’ecosistema circostante. La maggior parte dei prodotti sintetici moderni non hanno batteri che riescano a semplificarli, quindi rimangono intatti nel tempo inquinando l’ambiente.

Fortunatamente, il progresso della scienza ci è corso in aiuto anche in questo campo, creando materiali ecosostenibili e biodegradabili in grado di sostituire quelli ormai obsoleti e dannosi. Tutti i settori si stanno gradualmente convertendo a queste rivoluzioni-innovazioni: da quello agricolo a quello automobilistico, dai beni di largo consumo ai giocattoli.

Tra i nuovi materiali ci sono tutti quelli definiti come bioplastica: possono essere decomposti nei loro elementi base, come acqua e biossido di carbonio, da micro-organismi ed enzimi.

Questi nuovi prodotti sono composti per la maggior parte da amido di mais o di frumento e sono attualmente utilizzati su scala industriale, per esempio per i sacchetti della spesa biodegradabili che troviamo nei supermercati o come imballaggi alternativi.

La loro decomposizione impiega un periodo che oscilla tra i 6 e i 24 mesi: il tempo richiesto varia a seconda della percentuale di assorbimento dell’amido e del luogo in cui si trovano i prodotti, se sottoterra o in acqua. Anche altre tipologie di plastica biodegradabile, come quelle a base di fibre compresse o di segale, possono sostituire le materie prodotte a base di petrolio.

Un’ultima chiosa sulla differenza tra i concetti di compostabilità e biodegradabilità: la compostabilità può essere definita come una particolare tipologia o meglio ottimizzazione del processo di biodegradazione: l’esatta definizione della compostabilità ci viene data dalla norma europea EN 13432, che specifica esattamente le caratteristiche che un materiale deve possedere per potersi definire biodegradabile o compostabile. In particolare, un materiale, per potersi dire compostabile, oltre a non avere effetti negativi o rilasciare sostanze nocive nel processo,deve avere il requisito di degradarsi almeno del 90% in 9 mesi se lasciato in un ambiente ricco di anidride carbonica.

Voci correlate:
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Per approfondire:
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