Nell’agricoltura sostenibile piccolo è bello, ce lo dice Vandana Shiva

di Luca Vivan del 20 marzo 2014

E’ un’epoca, la nostra, ossessionata dalla grandezza. Forse per la paura del vuoto e della penuria, pensiamo che tutto deve essere grande e in eccesso, così crediamo di aver bisogno di grandi aziende agricole e di grandi multinazionali che si prendano cura dei nostri bisogni alimentari.

Vandana Shiva, scienziata ed attivista di fama mondiale, afferma il contrario: “piccolo è grande“. In un piccolo seme infatti dimora la potenzialità di un grande albero e quella per la moltiplicazione di milioni di altri semi.

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Le piccole aziende che preservano la biodiversità producono più cibo rispetto alle grandi realtà agricole. E’ una realtà che l’associazione indiana Navdanya conosce da molto tempo. I piccoli coltivatori ottengono maggiori risultati perché dedicano maggiore attenzione al suolo, alla qualità di vita delle piante e degli animali, intensificando in questo modo la biodiversità senza ricorrere ai prodotti chimici. Di fatto, nonostante tutti i sussidi che vengono dati alle grandi aziende e gli incentivi all’agricoltura industriale, il 72% del cibo mondiale viene prodotto da piccole realtà. A queste si devono aggiungere poi gli orti domestici e urbani.

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A dirlo non sono solo gli attivisti come Vandana Shiva ma anche la Rivista di Commercio e Ambiente elaborata durante la Conferenza sul Commercio e lo Sviluppo promossa dall’Onu nel 2013: la sicurezza alimentare necessaria in un periodo di cambi climatici non può essere garantita dall’agricoltura industriale e dalle monocolture che anzi stanno causando enormi danni all’ambiente.

Il report continua dicendo che l’agricoltura deve spostarsi verso modelli che stimolano la ricchezza di varietà coltivate, verso un impiego sempre più ridotto di sostanze chimiche, e produzione e consumo rivolti all’ambito locale. In Kenya ad esempio è stato lanciato un progetto che ha coinvolto 1.000 contadini, con appezzamenti di circa 2 ettari, la cui produzione è quasi raddoppiata grazie alla conversione ad una produzione biologica.

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Stiamo parlando di realtà produttive dove esiste un rapporto “affettivo” tra il contadino e i suoi campi, non si tratta di aziende dove l’unico scopo è produrre di più. Il mondo attuale sta riscoprendo che la passione e l’empatia fanno star meglio gli esseri umani e l’ambiente, molto meglio che l’avere tanto di tutto.

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