Cambiamento climatico: l’effetto ‘Isola di calore’ sembra colpire più le persone povere e di colore

di Marco Grilli del 24 dicembre 2015

Il cambiamento climatico, provocato in gran parte dai comportamenti poco virtuosi del genere umano, pare tutt’altro che democratico nel dispiegare i suoi effetti negativi. Se tutti abbiamo colpe, non tutti paghiamo allo stesso modo.  Ennesima disdetta per le minoranze razziali ed i ceti più poveri, in un mondo che pare abbia ormai perso la bussola dell’uguaglianza e della giustizia sociale.

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Berkeley, pubblicato sull’ Environmental Health Perspectives, ha infatti dimostrato che, di fronte all’ormai sempre più minaccioso riscaldamento globale, i neri, gli asiatici e gli ispano-americani hanno una probabilità molto più alta di vivere in “isole di calore” ad alto rischio, rispetto ai loro connazionali bianchi.

Le politiche segregazioniste, attuate per lungo tempo nella storia americana, hanno evidentemente lasciato strascichi pesanti, nonostante la fine dell’apartheid ed il primo presidente di colore.

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Ancora oggi, infatti, le minoranze etniche vivono più frequentemente dei bianchi in quartieri poveri, dove domina l’asfalto, le infrastrutture sono realizzate prevalentemente in calcestruzzo e trovare i metalli pesanti nei terreni non è cosa rara. In sintesi, i ricercatori parlano di “superfici impervie” che conducono fortemente l’aria calda, trasformando queste aree già disagiate in pericolose isole di calore, laddove, magari a pochi km di distanza, le zone lussureggianti di verde dei  ceti bianchi più agiati non conoscono questo problema.

E’ ormai dimostrato che le folte coperture alberate delle aree urbane migliorano la qualità della salute degli abitanti, riducendo al contempo gli episodi di criminalità. Insomma, più verde uguale più benessere e più serenità. Fattori che però non riguardano il melting pot nella sua totalità, perché gli investimenti in verde pubblico nelle aree povere sono ridotti veramente ai minimi termini.

Questo accurato studio, che confronta dati ufficiali e analizza vari parametri quali la densità della popolazione, le proprietà immobiliari e i redditi, si rifiuta di prendere in considerazione la casualità nella valutazione degli effetti negativi legati alle isole di calore e all’assenza di verde pubblico, focalizzando l’attenzione sulla questione razziale ancor più che sulle differenziazioni sociali.

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In pratica, se un nero ricco proprietario della sua casa ha meno probabilità di vivere in un’isola di calore rispetto al nero povero, ne avrà sempre di più rispetto alla popolazione di origine europea.

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E ciò dipende sempre da quelle politiche, più o meno datate, che hanno confinato le minoranze etniche, più povere, in quartieri affollati, grigi e poco toccati dagli investimenti pubblici.

La segregazione razziale è cruciale per capire l’impatto sociale delle situazioni ambientali sulle differenti condizioni di salute e, più direttamente, la sproporzione degli oneri sanitari a carico delle comunità di colore dovuta ai cambiamenti climatici”, si legge nello studio.

Chiedere più verde nelle zone residenziali povere non è quindi un capriccio o lusso perché, come dimostrano i ricercatori, l’estremo calore incide pesantemente sulla salute, se solo pensiamo che da questo fattore dipendono una su cinque morti per cause ambientali.

Se la futura pianificazione urbanistica vorrà combattere le dure conseguenze del calore eccessivo, dovrà quindi combinare il principio della giustizia ambientale con quella sociale.

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