La politica energetica europea dopo la Crimea

di Erika Facciolla del 29 aprile 2014

Cosa c’entrano l’Ucraina, Putin, la Crimea e il gas russo con il modo in cui l’Europa intera si appresta a gestire la politica energetica per i prossimi decenni? La domanda lascia spazio a molte riflessioni ma la verità è che dopo l’annessione della Crimea alla Russia e soprattutto il perdurare della crisi ucraina, che negli ultimi giorni sembra pericolosamente scivolare verso uno scenario di tipo jugoslavo, gli equilibri geopolitici internazionali soprattutto in chiave energetica sono repentinamente mutati. E si rende necessario ripensare la politica energetica europea nell’attuale scenario.

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Uno scenario che ha anche diversi risvolti di tipo ambientale, essendo questo tema condizionato dalla tipologia delle fonti che l’Europa sta tentando di assicurarsi per colmare il gap con le altre potenze mondiali e ridurre quanto più possibile la sua dipendenza dal gas russo. Una dipendenza che oscilla attualmente tra il 30% e il 70% del fabbisogno energetico europeo, se riferita alla quantità di gas acquistato da paesi come Polonia o Bulgaria e resa ancor più critica dalla mancanza di un mercato energetico comune efficiente.

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Che la l’annessione della Crimea avesse allarmato un po’ tutti i ‘potenti’ del mondo lo si era capito dalla guerra di sanzioni innescata dal Presidente americano Barack Obama nei confronti del governo di Mosca; lo stesso Obama ha anche minacciato l’adozione di una serie di ‘misure’ volte nel lungo periodo ad incidere sulle importazioni di gas naturale e petrolio russo che minerebbero settori fondamentali dell’economica russa. Azioni, sanzioni, provvedimenti strategici che, a detta degli esperti, potrebbero essere intraprese anche dall’Unione Europea.

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Il nodo energetico che la crisi ucraina ha stretto intorno al destino dell’Occidente è più intricato di quanto si possa credere ed il perdurare di tensioni che ruotano dentro ed attorno a questo paese non fanno che complicare la situazione. A riprova del fatto che la situazione attuale non costituisce del tutto una sorpresa e che di “guerre del gas” si parla da anni, basti pensare che la stessa Gazprom, oltre agli altri colossi europei del settore energetico, hanno già iniziato a lavorare su gasdotti alternativi a quelli che attraversano lo stato ucraino: in pratica, si sta già pensando a come assicurarsi il gas russo senza passare dall’Ucraina (a nord con North Stream, inaugurato nel 2011 e a sud con South Stream, attualmente in progettazione e la cui costruzione è prevista entro fine 2015). Ciò che sta a cuore un po’ a tutti, insomma, è la sicurezza energetica che attualmente è minacciata da una instabilità politica e una tensione diplomatica – specie tra Casa Bianca e Cremlino – a dir poco evidente.

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Di fronte a tanta incertezza, l’Europa, più che agire, tentenna: una scelta che per la maggior parte degli esperti di politiche comunitarie dimostra la sostanziale incapacità europea di sviluppare un piano energetico autonomo che possa prescindere sia dal gas russo: al momento, le uniche alternative per ridurre la dipendenza dal gas russo sono rappresentate dal gas prodotto dal Mare del Nord e lo sviluppo – con conseguente maggior dipendenza – delle fonti di Algeria e Nord Africa, con tutte le incognite di stabilità politica del caso, nonché spingere sulle importazioni di LNG da Qatar e Nigeria, usando i rigassificatori che ci sono e costruendone anche di nuovi (un’ipotesi, quest’ultima, con inevitabili ricadute ambientali, uno dei tanti dilemmi di questo puzzle).

Qualche commentatore ha parlato in occasione della visita di Obama a Roma dell’alternativa americana, fornita dallo shale gas che sta inondando il mercato USA, vale a dire il gas metano estratto da giacimenti non convenzionali in argille parzialmente diagenizzate. Per quanto ‘attraente’ possa risultare per alcuni l’ipotesi, il gas di scisto americano rappresenta però una risorsa ancora impossibile da importare nel Vecchio Continente non solo perché non esistono infrastrutture per portarlo in Europa (a prezzo competitivo), ma anche perché gli americani attualmente consumano più energia di quella che producono e continueranno a farlo per anni.

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Dove si posizionano le rinnovabili in questo rebus? Le rinnovabili potrebbero essere la cosiddetta quadratura del cerchio, aumentando l’indipendenza energetica dell’Europa, ma non è una strada semplice da percorrere – anche per ragioni di costo – nè tanto meno immediata. Rebus sic stantibus, una soluzione immediata non c’è e occorre lavorare nel medio-lungo termine, cercando di evitare che la situazione ucraina precipiti ulteriormente.

Se il quadro geopolitico dovesse complicarsi ulteriormente, all’ Europa potrebbe non bastare nemmeno il raggiungimento dell’ormai noto obiettivo di coprire il 20% del proprio fabbisogno energetico con fonti rinnovabili. Urge, insomma, una strategia energetica di lungo termine che abbia come pilastro quello di garantire l’autosufficienza energetica all’Europa, in un mercato energetico continentale più efficiente, con un’adeguata diversificazione di fornitori / canali di approvigionamento, tale da metterla al riparo da tensioni regionali, come questa grave crisi in corso in Ucraina.

Un mix energetico che faccia un affidamento più convinto sulle rinnovabili, che, come detto, potrebbero sostanzialmente favorire l’indipendenza energetica del Vecchio Continente.

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