Vino naturale, biologico o biodinamico: che differenza c’è?

di Erika Facciolla il 10 luglio 2014

Scopriamo insieme la differenza fra vino naturale, vino biologico e vino biodinamico

Da alcuni anni a questa parte, il dibattito intorno alle definizioni (e i significati) da attribuire ai vari tipi di vini prodotti secondo tecniche differenti impazza tra esperti, associazioni di categoria ed enologi, che ormai chiedono a gran voce un intervento del legislatore italiano per porre fine ad una ‘battaglia terminologica’ che rischia di confondere le idee dei consumatori.

Si parla di vino industriale, vino artigianale, biologico o biodinamico e vino naturale, ma le etichette non chiariscono i requisiti che il prodotto deve presentare per potersi fregiare dell’una o dell’altra definizione.

Per questo motivo – e per l’assenza di una normativa chiara e articolata che regolamenti la materia – piccoli e grandi produttori attribuiscono impropriamente al proprio vino la rassicurante definizione ‘naturale’ o ‘biologico’ in maniera fin troppo disinvolta e interscambiabile, disorientando ulteriormente il consumatore finale.

E cosa ancor più grave, tali termini sono utilizzati all’occorrenza come sinonimi o contrari, in maniera a dir poco opinabile e furbesca.

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Tanto per essere chiari, la differenza tra il ‘vino biologico’ (che è tale perché certificato secondo il nuovo Regolamento Europeo del 2012) e il ‘vino libero’ (definizione introdotta recentemente da Oscar Farinetti, patron di Eataly), consiste nella riduzione della chimica sia in cantina che in vigneto e nella certificazione del prodotto e delle tecniche di lavorazione secondo la disciplina europea.

Il vino cosiddetto ‘libero’ è tale semplicemente perché ‘autodisciplinato’ da produttori che non intendono sottostare alle regole previste dall’Europa per ottenere le dovute certificazioni. Una questione che, a ben guardare, ha più a che fare con i costi aggiuntivi che ne deriverebbero che con un romantico concetto di ‘libertà’.

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vinoRispondendo a precise normative, il vino biologico si presenta ai consumatori con un marchio di qualità universalmente riconoscibile, ottenuto attraverso l’abbattimento delle sostanze chimiche e dei solfiti, nonché la riduzione delle risorse idriche utilizzate e l’adozione di tecniche di coltura biologiche che prevengano gli attacchi parassitari in maniera naturale.

In parole povere, i vini biologici  sono il frutto di una filosofia agricola e produttiva che privilegia il rapporto con il territorio e la natura, e in generale, con la genuinità dei cibi che consumiamo.

Con il termine ‘vino naturale’, invece, si fa riferimento ad una certa categoria di vini che, oltre all’adozione delle tecniche dell’agricoltura biologica, non presentano nessuna sostanza addizionata al mosto; dunque nessun correttore di acidità, anidride solforosa o coadiuvanti vari.

Anche in questo caso, la questione non è solo terminologica: i vini naturali, infatti, non obbediscono ad alcuna normativa e spesso i solfiti vengono comunque aggiunti per prevenire ossidazioni o deviazioni batteriche.

Infine ci sono i ‘vini biodinamici’ che, cavalcando il trend del momento, sono prodotti sulla base dei dettami di Rudolf Steiner, sulle fasi lunari e su pratiche di coltivazione ancora in fase di definizione a livello europeo.

Nella polemica riguardante la legalità dei termine ‘naturale’, ‘biologico’ o ‘libero’, FederBio precisa che, a differenza di quelli puramente biologici, non tutti i vigneti ‘liberi’ sono in realtà esenti dall’uso di insetticidi e anticrittogamici.

In realtà la quantità di solfiti secondo la normativa vigente per i vini biologici non deve superare i 100 mg/l per i rossi ed i 150 mg/l per i bianchi e rosé, qualcosa come 50 mg/l in meno dei vini tradizionali. Fanno eccezione i vini dei Paesi del centro e del nord d’Europa, più zuccherini, che arrivano ad un limite di  120 mg/l per i rossi e di 170 mg/l per i bianchi.

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C’è da dire che il regolamento europeo del biologico non disciplina altri aspetti della produzione, come il consumo delle risorse energetiche in fase di vinificazione, la riduzione dei reflui di produzione, il riutilizzo degli scarti ed il packaging, aspetti comunque significativi per ciò che concerne l’impatto ambientale.

Tali aspetti sono centrali nel nuovo concetto di ‘vino libero’ nato dal fondatore di Eataly e costituiscono una differenza di approccio sostanziale sia in termini di marketing che di sostenibilità ambientale ed economica.

Certo, se l’obbligo di riportare in etichetta tutte le informazioni del caso fosse esteso anche al vino esattamente come avviene con i prodotti alimentari, il problema sarebbe risolto a monte e nessuna cantina o azienda vinicola potrebbe più utilizzare in maniera ambigua certe definizioni per attuare “operazioni di marketing che – come ha giustamente sottolineato il presidente di FederBio, Paolo Carnemolla – fanno leva sulla scarse conoscenze agricole e dei processi di trasformazione da parte del pubblico, e tentano al contempo di accreditare una nuova categoria di prodotto a scapito di altre”.

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Una delle soluzioni presentate proprio da FederBio nel corso dell’ultima edizione del VinItaly è VinItaly Bio, che già dal 2014 consentirà agli operatori, buyer e consumatori internazionali di distinguere i veri vini biologici e biodinamici, certificati in conformità alle regole europee, da altri prodotti che nulla hanno a che vedere con le rigide regole previste dal Regolamento Europeo  203/2012.

E speriamo che questo faccia un pò di chiarezza, soprattutto per chi si ritrova ad acquistare, spesso al doppio del prezzo, un vino naturale che crede sia biologico.

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