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Biocarburanti, alimentano la fame invece di aiutare il pianeta

Biocarburanti sì, biocarburanti no. La questione legata ai ‘danni’ derivanti dall’uso di carburanti provenienti da colture (tipo mais e olio di colza) tiene banco e fa discutere, soprattutto dopo che Oxfam – la confederazione di 17 ong impegnate contro la fame e le ingiustizie subite delle popolazioni più povere del mondo – ha sferrato un duro attacco ai biocarburanti e alle politiche incentivanti messe in campo dalla stessa UE per aumentarne la produzione e l’utilizzo.

Biocarburanti, alimentano la fame invece di aiutare il pianeta

L’obiettivo europeo è quello di arrivare entro il 2020 a produrre almeno il 10% dell’energia per i trasporti attraverso fonti rinnovabili, la maggior parte della quale oggi proveniene da colture alimentari. Un colossale spreco di risorse, sostiene Oxfam, visto che quelle stesse colture potrebbero salvare dalla fame 127 milioni di persone in tutto il Pianeta se solo fossero utilizzate per la coltivazione di grano e mais ad uso alimentare.

In poche parole la corsa al biocarburante incoraggerebbe, seppur indirettamente, il diffondersi di fame nel mondo.

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Dello stesso avviso anche la FAO,che di recente aveva lanciato un appello simile affinché parte delle colture americane impiegate nella produzione di biocarburanti (il 40% del mais coltivato negli USA) fossero destinate a produzioni alimentari per sopperire alla devastante siccità che ha colpito molte regioni del mondo nel 2012.

Come se tutto ciò non bastasse, Oxfam ha previsto che entro il 2020 la domanda di biocarburante potrebbe far aumentare vertiginosamente i prezzi di molti generi alimentari di prima necessità (la stima parla di un aumento pari al 36%) precludendone così l’acquisto alle persone meno abbienti. Le speculazioni, infatti, sarebbero inevitabili vista la forbice sempre più ampia tra domanda e offerta.

In effetti la maggior parte delle materie prime necessarie alla produzione di biocarburanti (in gran parte olii vegetali) devono essere importate da paesi extraeuropei e la prospettiva è che nel giro di qualche anno l’Europa potrebbe aver bisogno di importare circa 1/5 dell’olio vegetale prodotto nel mondo (Fonte: Oxfam, campagna ‘Coltiva’). Il resto continuerebbe ad essere prodotto nei terreni già adibiti alle coltivazioni ormai ‘sottratte’ alla filiera produttiva alimentare.

Nel 2010 l’Italia ha importato il 60% delle materie prime, per energia e trasporti; percentuale salita al 60% nel 2012. Un dato che – letto in questa prospettiva – lascia spazio a molti interrogativi inquietanti. E voi, cosa ne pensate?

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Erika Facciolla

Giornalista pubblicista e web editor free lance. Nata a Cosenza il 25 febbraio 1980, all'età di 4 anni si trasferisce dalla città alla campagna, dove trascorre un'infanzia felice a contatto con la natura: un piccolo orticello, un giardino, campi incolti in cui giocare e amici a 4 zampe sullo sfondo. Assieme a lattughe, broccoli e zucchine coltiva anche la passione per la scrittura e la letteratura. Frequenta il liceo classico della città natale e dopo la maturità si trasferisce a Bologna dove si laurea in Scienze della Comunicazione. Dal 2005 è pubblicista e cura una serie di collaborazioni con redazioni locali, uffici stampa e agenzie editoriali del bolognese. Nel 2011 approda alla redazione di TuttoGreen con grande carica ed entusiasmo. Determinata, volitiva, idealista e sognatrice, spera che un giorno il Pianeta Terra possa tornare ad essere un bel posto in cui vivere.

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