Le nuove leggi UE per il vino bio

di Luca Scialò del 20 ottobre 2012

In virtù dell’entrata in vigore, dallo scorso primo agosto, del nuovo regolamento comunitario sul vino biologico, la vendemmia di quest’anno è la prima a portare sugli scaffali di supermercati ed enoteche bottiglie certificate come biologiche non solo per l’utilizzo di vitigni coltivati “senza chimica” (alcune sostanze, come il verderame, sono in realtà tollerate), ma anche per il rispetto di una particolare lavorazione e trasformazione in cantina. Una novità che gli addetti ai lavori aspettavano da vent’anni ed è il frutto di un faticoso compromesso. Ma cosa prevede?

In regolamento Ue stabilisce il divieto per una serie di pratiche usate solitamente nel lavoro in cantina, quali: la concentrazione parziale a freddo, la desolforazione dei mosti, l’elettrodialisi, la dealcolazione parziale, il trattamento del vino con scambiatori cationici. Altre pratiche sono limitate: il trattamento termico non può superare i 70°C e la filtrazione non può essere condotta con fori di diametro inferiore agli 0,2 micron (ciò significa sì alla microfiltrazione, ma no alla ultra e nano filtrazione).

Per quanto riguarda gli ingredienti e i coadiuvanti di processo, vengono ammessi quasi tutti quelli di origine naturale (vegetale, animale e microbiologica, inclusi lieviti e batteri), con la raccomandazione di preferire l’origine biologica quando disponibile e vengono limitati quelli di sintesi.

Per i lieviti enologici è obbligatorio l’uso di quelli bio solo se sono della tipologia/ceppo adeguato alla vinificazione che si può condurre. Negli altri casi si può ricorrere a lieviti selezionati convenzionali, purché non Ogm, oppure ovviamente alla fermentazione spontanea o con i propri lieviti (anche purificati e liofilizzati). Nel suo insieme, un produttore bio può utilizzare 44 tra additivi e coadiuvanti, mentre il suo collega convenzionale ne ha a disposizione quasi 70.

Per Cristina Micheloni – vicepresidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica – “Si poteva essere più ambiziosi, ma anche se si è trattato di un compromesso siamo decisamente soddisfatti. L’importante era soprattutto scongiurare ulteriori rinvii perché a fronte di un crescente interesse da parte dei consumatori, i nostri concorrenti extra europei si sono già dotati di apposite certificazioni“.

Tale novità può essere anche una grossa occasione commerciale per i vitigni biologici italiani, i quali interessano una superficie di 52mila ettari; circa il 7% del totale. Questo anche perché si prevede una grossa richiesta di vino bio dal Nord Europa e Regno Unito.

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