Altro che carne di cavallo! Ecco sei cose che potreste trovare nei prodotti a base di carne

di Martina Pugno del 10 aprile 2013

La prima e più pericolosa conseguenza della produzione su larga scala e della grande distribuzione è quella di allontanare il consumatore dalla conoscenza e dalla consapevolezza di ciò che mette ogni giorno in tavola.

Pubblicità ingannevole e mancanza di trasparenza ma anche la lunga filiera produttiva, rendono difficile risalire ai processi e agli ingredienti utilizzati. Così le tracce di carne di cavallo non allevato per il consumo umano recentemente rinvenute nei prodotti di alcune grandi marche non sono, purtroppo, gli unici nemici che possono nascondersi nella carne che si compra in negozio.

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Sia chiaro, un sottile strato di batteri è presente praticamente su qualsiasi superficie, alimentare e non ma per quanto riguarda gli hamburger, tuttavia, occorre tenere presente che questi sono composti da un mix di carni diverse macinate e mischiate: esterno ed interno si mescolano e i batteri non restano solo sulla superficie ma anche all’interno del prodotto finito.

Quindi cuocere gli hamburger a livello superficiale non è sufficiente per renderli sterili: occorre invece fare in modo che siano sufficientemente cotti anche all’interno.

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Anziché gettare i resti comprendenti sangue, grasso e le diverse parti di scarto della produzione della carne, alcune aziende danno origine alla carne addizionata chiamata lean finely textured beef, nota anche come “pink slime”, ovvero “melma rosa: i resti della macellazione e della disossatura dei capi di bestiame vengono lavati con ammoniaca e inseriti in percentuali variabili nella carne macinata.

Prodotti di questo tipo venduti a primo prezzo negli Stati Uniti sono attualmente al centro di discussioni per la messa al bando, nonostante siano presenti nel 70% degli hamburger attualmente venduti nel Paese.

Dai test effettuati su campioni provenienti da diversi supermercati, ogni anno viene rilevata la presenza in molti prodotti di escherichia coli (in circa due terzi della carne analizzata, ad esempio, negli Stati Uniti), un batterio dell’apparato escretore: questo perché spesso durante il processo di macellazione, quando le interiora vengono squarciate, le feci schizzano anche sulle altre parti della carne, per poi essere mischiate insieme.

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L’allevamento intensivo comporta un ulteriore problema: il trattamento degli animali con potenti antibiotici, che favoriscono lo sviluppo di batteri particolarmente resistenti. Questi ultimi possono sopravvivere poi sia nei tagli di carne come negli hamburger finiti e successivamente arrivare all’uomo, rivelandosi immuni a diversi antibiotici.

Facile immaginare, a questo punto, come anche altre sostanze ingerite dagli animali come pesticidi, medicine e prodotti chimici si conservino parzialmente all’interno della carne, liberandosi soltanto in fase di digestione una volta che essa è stata consumata.

Infine, l’unione di carne proveniente da migliaia di animali diversi favorisce ulteriormente il proliferare di batteri che possono rivelarsi pericolosi anche l’uomo.

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Essere consapevoli della provenienza della propria carne, magari acquistandola direttamente dall’allevatore, è il primo passo per evitare questi rischi. Certamente limitarne il consumo aiuta ma non evita i problemi, che comunque, lo sottolineiamo, è pesente anche nella frutta, nella verdura e nei cereali sia da colture intensive che biologici, che possono comunque contaminarsi dopo, nella fase di confezionamento o in quella distributiva.

C’è da farsi venire i brividi…

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