Meglio l’agricoltura sostenibile o ad alta resa per sfamare l’Africa?

di Erika Facciolla del 19 maggio 2014

E’ meglio l’agricoltura sostenibile o ad alta resa per sfamare i Paesi più poveri e sovrappopolati? Alcuni uomini hanno speso la loro esistenza in favore delle economie dei paesi in via di sviluppo, e in particolare, dei paesi del Terzo Mondo, favorendo la diffusione e la produzione di varietà agricole geneticamente selezionate su scala mondiale.

Tra questi un posto di primo piano spetta a Norman Borlaug, il padre-fondatore della cosiddetta ‘green revolution – un movimento nato negli anni Quaranta proprio con l’obiettivo di aiutare il Terzo Mondo a uscire dalla fame. Un impegno, quello di Borlaug, premiato nel 1970 con il Nobel per la Pace.

Con la sua scomparsa avvenuta nel 2009, le critiche ai presupposti stessi della green revolution hanno assunto toni sempre più aspri, e pian piano lo spirito e l’entusiasmo che aveva animato per così tanti anni il padre fondatore del movimento scientifico è caduto nell’oblio della comunicazione mediatica. In particolare, la diffusione di metodi colturali ad alta resa che hanno favorito una elevata produzione di grano, mais e riso, si scontra con l’introduzione di grandi quantità di sostanze chimiche per fertilizzare e proteggere dai parassiti, una pratica sempre più diffusa in India e Asia, dove assieme alle nuove piante modificate, sono state importate anche le sostanze sintetiche per farle crescere velocemente.

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Oggi l’eredità di Borlaug vive nel lavoro dei ricercatori del CIMMYT (International Maize and Wheat Improvement Center) che negli anni Sessanta aveva salvato l’India e il Pakistan dal baratro della carestia iniziando a coltivare grano e mais ad alto rendimento. Una ‘rivoluzione verde’ a lieto fine, insomma, un po’ come era successo anni prima nelle Filippine con lo sviluppo di nuove piantine di riso.

Ancora oggi i ricercatori del CIMMYT stanno tentando di realizzare lo stesso ‘miracolo’ per l’Africa, sperimentando nuove varietà di grano e granoturco ad alta resistenza, ma a differenza di quelli asiatici i Paesi africani devono fronteggiare difficoltà di natura economica, infrastrutturale, climatica e socio-politica. Di certo i Governi locali non hanno mai contribuito alla rivoluzione verde, così come accaduto in India anni prima, dove lo Stato ha aiutato gli agricoltori a commercializzare il nuovo grano, investito fondi in programmi di addestramento alle nuove tecniche agricole, e la stessa Food Corporation of India ha preventivamente acquistato grandi eccedenze di grano ad un prezzo garantito per ‘fare scorta’.

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I Governi africani non hanno fatto nulla di tutto ciò, e la prova è sotto i nostri occhi visto che, ad oggi, le rese agricole africane rappresentano la metà della media mondiale e circa il 25% della produttività agricola potenziale. Tutto ciò a fronte di un andamento demografico in continuo aumento e di un cambiamento climatico sempre più estremo e imprevedibile; basti pensare che la siccità è la causa principale della perdita di un quinto del raccolto annuale di mais, che è il cereale più coltivato dai piccoli contadini e il più utilizzato per il sostentamento della popolazione africana,

Ma rischia di scomparire a causa della scarsa fertilità dei terreni, ed è proprio su alcune varietà di mais ad alta resistenza che i ricercatori del CIMMYT stanno lavorando per tentare di realizzare una ‘rivoluzione verde’ anche per l’Africa, prima che sia troppo tardi.

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A questo si aggiunge la questione etica e ambientale, perché le ‘rivoluzioni verdi’ si sono avverate solo a suon di pesticidi e fertilizzanti chimici e solo l’introduzione di un’agricoltura sostenibile potrebbe limitare questo problema.

Resta il fatto che in Asia circa 1 miliardo di persone sono state salvate dalla fame e che il mais ad alto rendimento e ad alta resistenza alla siccità rappresenta ancora oggi la principale fonte di sostentamento per circa 20 milioni di persone in tutto il Mondo.

Ma la causa del sostanziale insuccesso in Africa che già Borlaug aveva tentato di promuovere, è da ricondurre agli stessi fattori che sono da ostacolo oggi per il ricercatori del CIMMYT: assenza di ricerca, di strade, di ferrovie, di sussidi, di centri di stoccaggio e di aiuti per i piccoli agricoltori. Senza un impegno concreto dei Governi locali l’agricoltura africana – qualunque essa sia, ad alto rendimento o agricoltura sostenibile – non riuscirà mai a risolvere i problemi di fame che affliggono il Continente Nero.

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