La fine del capitalismo secondo Jeremy Rifkin porterà all’economia delle condivisioni

di Luca Vivan del 19 aprile 2015

La fine del capitalismo, secondo i movimenti ecologisti e alcuni teorici come Jeremy Rifkin, permetterà di arrivare alla definizione di una nuova, più equa e sostenibile economia della condivisione, che abbia maggiore consapevolezza delle risorse naturali e dell’individuo.

La fine dell’attuale sistema economico e sociale è stata profetizzata da molto tempo, già nell’800 quando il capitalismo stava creando un nuovo paradigma che avrebbe plasmato in modo rapidissimo l’intero pianeta. Dai tempi di Marx e delle altre correnti del socialismo siamo abituati a sentire che il mondo delle industrie, delle banche e dei rapporti di lavoro per come li conosciamo è destinati a crollare, e che dalle sue rovine sorgerà un mondo più equo e felice.

Ci hanno provato mille rivoluzioni del secolo passato e i risultati sono spesso stati deludenti, se non delle vere tragedie storiche. Dall’inizio dell’attuale crisi mondiale nel 2008, varie voci, non sempre sospette di simpatia nei confronti dei vecchi regimi comunisti, hanno però rilanciato l’idea che l’attuale modello di sviluppo sia giunto al capolinea. Che il capitalismo odierno con lo sfruttamento esasperato di Individui e Natura fosse un sistema poco sostenibile sul lungo periodo, lo avevamo iniziato ad intuire da alcuni anni grazie anche ai movimenti ecologisti.

Da un mix di attivismo sociale e spirito ambientalista emerge la figura di Jeremy Rifkin, scrittore, sociologo e consulente statunitense da anni impegnato a trovare soluzioni condivise nel campo della produzione e distribuzione dell’energia.

All’apice del suo trionfo, come per ogni impero o cultura della storia, il capitalismo è destinato a scomparire, così la pensa Rifkin. Le soluzioni create dallo stesso sistema per prosperare ne stanno determinando il collasso, proprio quella crisi che stiamo vivendo da anni, di fatto una transizione verso un nuovo modello, più giusto per noi e l’ambiente.

L’abbassamento costante dei prezzi di produzione grazie alle tecnologie ha reso il costo dei prodotti sempre più basso, tanto da rendere possibile una nuova economia basata sulla condivisione. Internet è sicuramente il cavallo di Troia di questa rivoluzione, non solo perché accelera la diffusione della conoscenza ma perché permette di distribuire a prezzo sempre più basso i prodotti. Si è iniziato con l’industria del divertimento e dell’informazione, dove i costi di accesso sono così bassi che chiunque può comporre musica e distribuirla in rete, dove ciascuno di noi può creare un blog e farlo diventare competitivo come un quotidiano. Anche la stampante 3D è un mezzo per portare questa rivoluzione su un piano più tangibile, quello della produzione di oggetti su misura, con prospettive ai limiti della fantascienza ma estremamente realistici in cui, come per un blog, chiunque potrà cominciare a prodursi in casa o collaborando con altri gli oggetti di cui ha bisogno.

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Lo stesso costo dell’energia sta scendendo di anno in anno e non parliamo di quella ricavata grazie alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio o gas ma dell’elettricità da fonti rinnovabili. Anche qui internet sta contribuendo a creare qualcosa di radicalmente nuovo, grazie all’esistenza di reti intelligenti che permettono di scambiare l’energia in eccesso da una parte all’altra di territori grandi come stati europei, anche in questo caso senza l’intermediazione di multinazionali e governi. Stiamo parlando di autoproduzione dell’elettricità e della sua condivisione, qualcosa di letteralmente rivoluzionario solo qualche decennio fa. E se pensiamo che questa sia ancora utopia, Rifkin ci fa l’esempio della compagnia tedesca produttrice di energia E.ON, che ha ben intuito questo passaggio epocale e si sta concentrando non più nella produzione di corrente, quanto nella fornitura di servizi e consulenza ai privati che devono gestire i loro flussi.

Il rischio è quello che la facilità dell’accesso a queste risorse a basso prezzo ci porti a consumare ancora di più, con l’idea che tanto l’energia costa poco e che possiamo stamparci in casa tutto quello che vogliamo. Rifkin ci avverte però che il modello di pensiero alla base del capitalismo centrato su un’idea di scarsità e di lotta tra individui per accaparrarsi risorse finite stia tramontando e che già le nuove generazioni, nate tra gli anni ’80 e quelli 2000, siano più interessate a sviluppare network e a condividere, piuttosto che accumulare beni come i loro genitori.

Rifkin si sofferma infine sul cosiddetto terzo settore, quello del no profit, delle cooperative e dell’associazionismo che lentamente ma in modo inesorabile sta occupando lo spazio degli enti statali nell’erogare servizi come la salute, l’istruzione, lo sport e la cultura.

La visione complessiva che emerge è quella di un mondo di individui, collegati in reti di rapporti significativi che collaborando, scambiano energia, informazioni, servizi e anche oggetti, un sistema completamente diverso da quello piramidale dove tutti questi elementi essenziali erano in mano di poche persone, capaci di amministrare le grandi quantità di denaro e potere necessarie a far girare il meccanismo.

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Una visione troppo ottimista? Rifkin ci avverte che le strutture piramidali fatte di multinazionali che sfruttano i combustibili fossili e l’energia nucleare, che monopolizzano le telecomunicazioni e la produzione alimentare sono su un binario morto, che corre verso la distruzione della specie umane e del resto del Pianeta.

E se è vero che una cosa creduta a lungo diventa vera, iniziare a credere, basandosi sulla realtà di progetti in atto, che l’economia della condivisione potrà creare un mondo di relazioni umani migliori e consapevole del rapporto con la Natura, è una chance che non possiamo permetterci di perdere.

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