Family farming, per un’agricoltura sostenibile ed equa

di Giuseppe Stilo del 31 gennaio 2014

Una famiglia coltiva da generazioni il suo terreno. I figli seguono le orme del padre e lavorano sullo stesso appezzamento. Questo è family farming. Con questo termine infatti ci si riferisce alle fattorie medio-piccole  di proprietà familiare, la cui gestione è tramandata alle generazioni future, garantendo inoltre il benessere e la conservazione del territorio oltre che il lavoro al nucleo familiare e ai suoi discendenti.

L’economia agricola per secoli si è sviluppata su questo modello e continua ad essere così soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo. Negli Stati Uniti, per esempio , dove l’agricoltura rappresenta ancora la spina dorsale dell’economia rurale, il family farming è ancora diffuso.

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Con l’aumento dell’interesse nell’agricoltura biologica e nell’autoproduzione, ecco che diversi consumatori hanno cominciato ad affrontare l’effettiva validità dell’agricoltura ‘industriale’, e si sono indirizzati verso piccole fattorie locali a conduzione familiare per i loro acquisti di verdura, frutta e carne – e anche pane, latte e prodotti caseari e persino sapone e altri detergenti per la casa ed il corpo – considerandole più sicure  e con maggiore attenzione alla qualità dei loro prodotti, garantendo metodi di allevamento più umani e una coltivazione tradizionale. Ci sono realtà oggi in cui le piccole fattorie sono diventate un mercato alternativo per i prodotti naturali, biologici e freschi a km zero.

Nonostante i suoi numerosi aspetti positivi però, anche questo settore sta risentendo dell’insicurezza dei mercati e delle scelte politiche sbagliate: si calcola infatti che dal 1981 ad oggi, siano state circa 750.000 le aziende del settore che hanno chiuso i battenti, causando la perdita di 1 milione di posti di lavoro.

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Le cause di ciò sono certamente riscontrabili nell’elevata tassazione, negli scarsi aiuti economici del Governo (che vengono per lo più intercettati dalle aziende di grandi dimensioni) e nell’elevata età media dei farmer, che allontana gli investitori timorosi di buttare il loro denaro in un’attività considerata da molti obsoleta.

Lo scorso mese di dicembre, Bruxelles ha ospitato una due giorni dedicata all’agricoltura familiare (detta anche family farming), organizzata dalla FAO in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale degli Agricoltori (WFO-OMA) il World Rural Forum e l’International Cooperative Alliance (ICA), al fine di discutere e risolvere i problemi di quella che potrebbe senza dubbio rappresentare un’attività economica su cui le nazioni possono puntare per combattere in maniera eco-sostenibile la crisi e la mancanza di lavoro.

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E oggi c’è chi ancora al family farming ci crede, come Gerd Sonnleitner, presidente dell’Organizzazione Mondiale degli Agricoltori, che durante la due giorni di Bruxelles ha dichiarato:

In questo momento di crisi economica, l’agricoltura familiare rappresenta un modello flessibile e adatto per affrontare le sfide in atto, come il cambiamento climatico, la volatilità dei prezzi, la posizione marginale degli agricoltori nella filiera. Se lavoreremo tutti insieme per raggiungere questi obiettivi, potremo puntare sempre di più in alto“.

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E’ giunto dunque probabilmente il momento, in cui le Nazioni dovranno scegliere di puntare sulla qualità e non sulla quantità della produzione agricola, incentivando le piccole imprese a discapito delle multinazionali, che altro non fanno che strangolare il mercato con prezzi al ribasso, minando l’economia ma anche e sopratutto la salute della gente, che ha ormai dimenticato il sapore e il benessere derivante dai prodotti coltivati e ottenuti in maniera completamente naturale.

Gli incontri e i tavoli di concertazione in cui si dibatte del family farming, troveranno una sintesi nel corso del 2014, che la FAO ha stabilito sarà l’anno dedicato all’agricoltura familiare.

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