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Disastri ambientali: la Russia e i paesi ex-sovietici sono tra i protagonisti dei più gravi

Industrializzazione massiccia, agricoltura intensiva, opere di irrigazione senza precedenti. Per colmare il gap con le altri grandi potenze – in quella che era la grande sfida, anche militare e spaziale, con gli Stati Uniti e tutto l’Occidente –  nel secolo scorso l’Unione Sovietica letteralmente “sottomise”  le sue terre e le loro risorse naturali agli obiettivi che si era imposta con i piani di sviluppo quinquennali. Il tutto per oltre 50 anni, tra il primo dopoguerra e gli anni ’80, recependo le indicazioni dei leader che si avvicendarono Cremlino.

Peccato che le vie adottate per raggiungere gli obiettivi che le permettessero di brillare come super-potenza nello scacchiere mondiale fossero in molti casi soluzioni che non valutavanogli effetti collaterali, soprattutto ambientali.

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E così grandi appezzamenti di terreni, fiumi e laghi importanti sono stati gravemente danneggiati dall’ agricoltura intensiva di tipo collettivista, il suolo si è eroso e salinizzato, l’aria in molti distretti industriali è irrespirabile, senza considerare il problema mai risolto delle acque reflue e dei rifiuti radioattivi.

Risultato? Un ambiente violentato e ridotto a pezzi, quello che si può osservare tra le pianure e i distretti metropolitani di quella che oggi è tornata a chamarsi Russia e nelle ex-repubbliche che un tempo erano sotto il controllo di Mosca.

Eppure, per evitare il disastro, qualche azione a suo tempo le autorità avrebbero potuto intraprenderla. Già intorno al 1930, un gruppo di scienziati lanciò l’allarme sulle metodologie di lavoro impiegate nei campi e nelle fabbriche. Agli stessi anni datano anche attendibili rapporti  redatti da professionisti ingaggiati dal regime proprio per analizzare rischi ed effetti negativi sull’ambiente delle politiche di sviluppo economico.

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Tutto pressoché inutile, dal momento che politici e scienziati credevano nel principio della “auto-purificazione”, secondo cui l’ambiente e la biosfera sarebbero stati in grado di adattarsi a vari tipi di inquinamento senza subire gravi danni, se si contenevano entro un certo range le concentrazioni massime di inquinanti. Evidentemente il limite è stato superato, e di molto.

Con l’avvento della glasnost nel 1980, nuove organizzazioni non governative hanno iniziato a coinvolgere lo Stato in un dibattito sulle questioni ambientali.  Nel 1988 venne poi istituito un Comitato di Stato per la tutela dell’ambiente naturale ma la delicata fase politica che negli anni successivi che portò al crollo dei regimi comunisti mise la questione e gli interventi nel dimenticatoio. Nel 2000, il Comitato venne addirittura sciolto.

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Dieci anni di transizione hanno prodotto miseri risultati. La questione è passata tra le mani del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), che  ha stilato un elenco di problemi che necessitano di urgente attenzione. La gestione incontrollata dei rifiuti pericolosi, il trattamento delle acque reflue inaffidabile, il deterioramento della qualità dell’aria negli agglomerati urbani e industriali, la contaminazione e i danni al suolo da pesticidi e sovrasfruttamento dei terreni sono gli effetti collterali spesso irreversibili che Russia e suoi ex-paesi satelliti stanno scontando.

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All’opera di sensibilizzazione non sono però seguite azioni concrete ed anche le agenzie governative competenti in materia ambientale possono oggi ben poco. I finanziamenti sono irrisori, la Duma e  lo staff di Putin sono sordi alla questione e intanto la situazione per l’ecosistema, la salute degli abitantie degli animali continua a peggiorare.

Francamente oggi sembra difficile trovare una luce in fondo al tunnel per salvaguardare il territorio di queste enormi Paesi.

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Published by
Claudio Riccardi

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