Dalle piante un aiuto per la bonifica di terreni inquinati: i nuovi fitorimedi

di Eryeffe del 29 marzo 2018

Un fitorimedio per bonifica di terreni inquinati? Esiste, ed è basato sulla capacità di alcune piante di assorbire e degradare metalli pesanti e microrganismi inquinanti prodotti dalle lavorazioni industriali e disperse nel terreno. Scopriamo insieme tutti i dettagli di questa rivoluzionaria tecnica di risanamento ambientale che è anche naturale, economica e sostenibile.

Dalle piante un aiuto per la bonifica di terreni inquinati: i nuovi fitorimedi

Bonificare i terreni inquinati e degradati dagli scarti delle lavorazioni industriali è uno dei problemi più urgenti che l’emergenza ambientale ha evidenziato negli ultimi decenni.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, in particolare, lo studio delle possibili soluzioni è stato sempre più orientato verso lo sviluppo di tecniche e tecnologie di risanamento sostenibili e naturali, come il fitorisanamento. Ma in cosa consistono i fitorimedi applicati alla bonifica dei terreni inquinati e quali sono i benefici indotti?

Fitorisanamento dei terreni inquinanti: cos’è e come funziona

Arsenico, mercurio, nichel, rame, idrocarburi alifatici e aromatici, clorurati: sono solo alcuni esempi delle tante sostanze tossiche che negli anni sono state riversate nell’ambiente. Ogni giorno questi residui entrano in contatto con i terreni e con le falde acquifere corrompendo interi ecosistemi naturali, spesso in maniera irreversibile.

Nella maggior parte dei casi, la bonifica dei siti compromessi da questo tipo di inquinanti è affidata a metodi di vecchia concezione, che consistono nella rimozione dei suoli contaminati e nell’estrazione delle sostanze nocive. Tali sostanze vengono poi sottoposte a trattamenti chimici e termici che ne limitano la pericolosità degradandole.

Si tratta di un procedimento complesso e impattante, che rende necessario l’impiego di un notevole quantitativo di risorse energetiche e la movimentazione di molti mezzi (camion, ruspe, bulldozer, ecc), necessari al dissodamento dei siti e al trasporto della terra fino ai centri di bonifica.

Per anni, dunque, ricercatori e studiosi di tutto il mondo si sono dati da fare per individuare tecniche alternative a basso impatto ambientale in grado di rispondere a questo tipo di emergenze.

E la risposta è arrivata dalla natura, in particolare da una selezione di piante che assorbono le sostanze inquinanti disperse nei terreni, azzerandone o riducendone la tossicità. Sono veri e propri fitorimedi applicati ad aree contaminate dalla presenza di metalli pesanti e idrocarburi, che sfruttano la capacità di alcune piante di assorbire queste sostanze, promuovendo un processo di risanamento naturale del terreno.

È ciò che gli esperti definiscono ‘fitobonifica‘ o ‘fitorimediazione‘, e sulla quale numerosi centri di ricerca lavorano già da alcuni decenni per affinare le tecniche ed estenderne l’applicabilità anche su larga scala.

Tecniche sostenibili per la bonifica dei terreni inquinati

L’idea di base è quella di piantumare i terreni da bonificare con determinate specie vegetali che si nutrono di questi composti, li estraggono dal terreno e li accumulano nelle foglie e nelle radici, risanando di fatto il suolo.

Molte sono le piante già note agli esperti che possono essere usate nella bonifica dei terreni. Ognuna di esse si nutre di una particolare classe di sostanze inquinanti e sfrutta una specifica tecnica di estrazione, il che la rende più o meno adatta ai diversi siti da bonificare e alle sostanze da abbattere.

Tra le specie più conosciute, spiccano il vetiver e la canapa, note per la capacità di assorbire i metalli pesanti in generale. C’è poi il girasole selvatico, che assorbe il nichel e il cromo. La senape indiana, invece, è perfetta per abbattere i livelli di piombo, cesio, cadmio, nichel, zinco e selenio dispersi nelle falde.

Alcune specie arboree si sono rivelate utili per la bonifica di terreni inquinati. È il caso del pioppo, un albero capace di assorbire nelle sue fibre vegetali notevoli quantità di metalli e continuare ad accumularli per tutto il suo ciclo di vita.

Ma le risorse naturali del regno vegetale e della biodiversità a servizio della scienza non finiscono qui. Esistono molte altre specie in grado di crescere e prosperare in terreni gravemente contaminati e di accumulare gli inquinanti con la tecnica della ‘fitoestrazione‘, l’alternativa economica e sostenibile ai trattamenti chimici. Oltre a quelle già citate, infatti, le specie più promettenti sono la brassica, la rapa, il cavolo, il salice, il lupino bianco, e il granoturco.

Test di laboratorio hanno dimostrato che tutte queste piante sono in grado di assorbire le sostanze tossiche con efficienze variabili dal 35% al 40% . Ciò significa che nell’arco di 4-5 cicli stagionali è possibile raggiungere il 100% di fitoestrazione delle sostanze metalliche e dei microrganismi presenti nel suolo.

Fitorimedi bonifica di terreni inquinati

Fitorimedi: la brassica è una delle piante più adatte alla bonifica di terreni inquinati

Fitorimedi assistiti: cosa sono e che benefici portano

Al fine di massimizzare la capacità delle piante selezionate di bonificare naturalmente i terreni inquinati con la tecnica della fitoestrazione, i biologi e i biochimici del Centro Ricerche per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente stanno lavorando ad un metodo basato sull’impiego sinergico di vegetali e batteri.

Si tratta del cosiddetto fitorimedio assistito che sfrutta l’azione combinata delle piante e dei microrganismi rizosferisci, particolari batteri promotori della crescita collocati intorno alle radici. Con questa tecnica, oltre alla fitoestrazione, si promuove anche la fitorizodegradazione, cioè la biodegradazione dei contaminanti organici in altre sostanze più semplici e meno tossiche che entrano nella catena alimentare degli organismi presenti nel terreno.

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