Le cose che non vogliamo sapere su pollo e pesce

di Claudio Riccardi del 27 giugno 2013

Carne bianca e pesce sono elementi base della dieta alimentare di molti. E sono consumati con regolarità, a volte quotidiana, per il loro gusto, le proprietà nutritive e la loro versatilità in cucina.

Inoltre, consigli nutrizionali di certa informazione scientifica, convinzioni popolari dure a morire ed i media generalisti ci spingono a includere nella nostra dieta troppa carne, convincendoci che faccia bene alla nostra salute e aiuti la crescita dei nostri figli.

Al di là delle scelte alimentari che portano alcuni a seguire un regime vegetariano o addirittura vegano, è ormai appurato da numerose ricerche scientifiche che mangiare molta carne faccia più male che bene.

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E, diciamoci la verità, sia per la carne di pollo che ormai anche per il pesce, gioca un ruolo non indifferente anche la possibilità di acquistare il prodotto a buon mercato. Ma per offire prezzi bassi occorrono strategie di allevamento ‘industriale’ che la maggior parte di noi ignora. Pochi sanno realmnente cosa si nasconda dietro un pollo arrosto e di un filetto di pesce.

Per arrivare al “gustoso” risultato, la materia prima – ovvero gli animali che ingeriamo – è costretta a subire una vita di costrizione e di sofferenze e alla fine una morte atroce. Il tutto per colpa dell’uomo. Un’amara reatà, questa, evidenziata da reportage, video, scatti fotografici che sempre più spesso ci raccontano la terribile realtà degli allevamenti di animali.

Si può quindi essere vegetariani per necessità ma anche consumatori di carne che compiono una scelta di responsabilità e non vogliono più sentirsi complici di questa sofferenza.

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In questa categoria rientra anche il saggista americano Jonathan Safran Foer, autore nel 2009 del libro Eating Animals, un best seller pubblicato per dare voce alla realtà degli allevamenti intensivi di pollame e pesce degli Stati Uniti.

Un inferno studiato da Foer per ben 3 anni, e commentanto con queste parole: «Se la gente sapesse quale cocktail micidiale di farmaci viene inserito nella bistecca o nel pollo che compriamo al supermercato, quale dose di sofferenza contiene quella carne, quante risorse del pianeta vengono impegnate per produrla, forse non diventerebbe vegetariana, ma comincerebbe a mangiare in modo più responsabile».

Per quanto possa sembrare crudele, è necessario informare. Il libro di Foer descrive nei dettagli come una gallina finisce da una gabbia alla nostra tavola. Gli esemplari trascorrono la loro vita senza mai toccare il terreno, costrette in anguste gabbie metalliche: parallelepipedi in fil di ferro lunghi fino a 147 metri e larghi 13,5 che “ospitano” (si fa per dire) 33.000 galline adulte alla volta

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Alimentati con semi e grano in polvere, una volta ingrassati i pennuti vengonoacciuffati per le zampe e gettati in apposite casse refrigerate. Nel porcesso ad alcune galline si spezzano le ossa, altre muoiono per congelamento. Quelle che sopravvivono vengono appese a becco in giù ed immerse in un bagno d’acqua, dove vengono stordite mortalmente con una scossa elettrica.

L’operazione il più delle volte ha successo ma può capitare che alla fase successiva, lo sgozzamento degli animali, alcuni esemplari rimasti ancora vivi soffrano in una lunga agonia.

GUARDA QUESTI DUE VIDEO: 

A questo punto, un bagno in acqua calda precede l’asportazione del piumaggio. Gli americani sono soliti chiamare quest’acqua fecal soup“, un liquido di colore scuro, reso tale dalla defecazione istantanea delle galline rimaste ancora vive.

Escrezione di feci, pus, batteri e infezioni cardiache e polmonari, tumori: sono alcuni dei problemi che i volatili d’allevamento sviluppano durante la loro terrificante esistenza, e che arrivano dritti sulle nostre tavole. Alla sofferenza di questi animali, si aggiunge il rischio per la nostra salute.

Non va certo meglio se volgiamo lo sguardo agli allevamenti di pesci. Si dice che i pesci non siano in grado di esternare emozioni, che non producano “versi”, che vivano in un elemento diverso dal nostro.

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Opinioni comuni che però le organizzazioni animaliste da diverso tempo contestano, puntando il dito contro i metodi barbari adottati a bordo dei pescherecci o nei bacini artificiali. Foer nel suo libro parte proprio dalle piscine, che vengono riempite all’inverosimile, con i “natanti” che non hanno lo spazio minimo per respirare, e crescono in acque contaminate da tonnellate di pidocchi, minuscoli predatori che scarnificano i loro ospiti: se non è per questa “corona di morte” (come viene chiamata in gergo), molti pesci muoiono per cannibalismo o spirito di competizione.

Ai più forti non va molto meglio, poichè vengono raccolti da reti che provocano ferite mortali alle pinne e all’apparato branchiale. E’ finita? No, perché  il pesce ferito e sanguinante viene subito lavato e poi congelato, una procedura che mediamente richiede 15 minuti.  Sono 15 lunghi minuti di silenzioso dolore, sulla strada della morte.

CI SONO ANCHE QUESTI DUE LIBRI: 

I peschi che crescono liberi, nelle acque di mari, fiumi e laghi, possono essere presi con reti a strascico. Reti che tutto raccolgono tutto quello che trovano sulla loro strada, intrappolando e soffocando sia i pesci commestibii che quelli che nessuno mangerebbe mai, raschiando il fondo ed estirpando alghe e vegetazione marina.

I pesci sono gettati sui mercantili anche se alcuni sulle navi non ci arrivano nemmeno, perchè preda di predatori e saprofagi. Per quelli che ce la fanno, non c’è alcun riconoscimento, se non un viaggio di sola andata verso il congelatore e i mercati.

Ciascuno è libero di elaborare una propria opinione sulla questione. Ma una domanda sorge lecita: è il caso che l’uomo debba gestire in questa maniera l’approvvigionamento degli alimenti animali pur di mantenere basso il prezzo di questi alimenti?

Noi crediamo che altre strade, più rispettose degli animali e in linea con le regole della Natura e del buon senso, siano possibili.

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enrico gennaio 7, 2014 alle 2:44 pm

Non siamo stati sempre onnivori, i primati da cui discendiamo si cibano ancora di erbe, radici e frutta.
Credo che con le glaciazioni (quindi parlo già di uomini eretti, non più ominidi) e con la conseguente perdita di vegetali di cui cibarsi, l’uomo abbia iniziato a cibarsi anche di carne.
Non critico né i vegetariani, né i vegani (che anzi ammiro molto) né tutti gli altri. Ma se un giorno si scoprisse che anche le piante soffrono (cosa di cui sono certo, ma non importa a nessuno) allora cosa resterebbe da mangiare? Io credo che occorra rispettare la piramide alimentare, la grande base vegetale e i gradini superiori più piccoli con un modesto apporto di carne. Quindi moderazione nel consumo di carne, nel modo più assoluto, per garantire una sostenibilità nel consumo delle risorse della Terra. Sobrietà! Oggi sulle tavole si assume carne senza neanche accorgersene, senza consapevolezza alcuna.

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