Etichetta data di scadenza e da consumarsi entro: cosa vuol dire veramente?

di Alessia del 19 dicembre 2011

Se finora avete sempre selezionato con cura il consumo dei vostri alimenti prestando attenzione alle date di scadenza, leggete con attenzione questo articolo perchè a quanto pare intorno a quest’argomento c’è un bel po’ di confusione.

Etichetta data di scadenza e da consumarsi entro: cosa vuol dire veramente?

Una ricerca condotta nel Regno Unito dalla WRAP (Waste & Resources Action Programme) rende noto che una percentuale molto elevata di consumatori, dal 45 al 49%, scarta gli alimenti a causa di una errata comprensione dei termini di scadenza. In totale i rifiuti scartati per un’errata comprensione delle etichette si aggirerebbero intorno al 20%.

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Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Innanzitutto quando parliamo di data di scadenza facciamo riferimento al periodo entro cui un alimento correttamente conservato viene ritenuto igienicamente idoneo. Tuttavia questo non vuol dire che il giorno dopo il prodotto sia da buttare, tanto è vero che bisogna sempre accertarsi della qualità dello stesso e nel caso in cui non si rilevino alterazioni si può consumare l’alimento in tutta tranquillità.

Approfondendo la regolamentazione in materia si scopre poi che in realtà solo il latte artificiale necessita di una data di scadenza, tutti gli altri alimenti non deperibili nell’immediato presentano la dicitura “termine minimo di conservazione“.

Quest’ultima non è obbligatoria per frutta e verdura fresche, i prodotti da forno e pasticceria, vino, aceto, sale, zucchero, prodotti da banco.

La legge stabilisce che non possano essere venduti prodotti scaduti, per cui i supermercati rimandano indietro i prodotti e ottengono delle partite di prodotti freschi sotto forma di reso. Tuttavia sono noti alle cronache casi di contraffazione delle date di scadenza in cui lo stesso prodotto viene reimmesso sul mercato.

In realtà pare che la scarsa informazione in merito non faccia altro che aumentare gli sprechi, perché spesso il cittadino inconsapevole getta l’alimento nella spazzatura e poi corre al supermercato per farne scorta. Si entra così in una spirale di consumo irresponsabile che contribuisce ad aumentare le tonnellate di rifiuti, senza considerare gli sprechi in termini di risorse energetiche e non che si rendono necessarie per la produzione industriale.

I Governi dei vari Paesi dovrebbero impegnarsi a mettere a punto un sistema di etichettatura più chiaro, seguendo l’esempio della Gran Bretagna che qualche mese fa è scesa sul campo per eliminare la dicitura “sell by” ossia “vendere entro” e l’ha sostituita con “use by” e “best by“, specificando il periodo in cui dovrebbe consumarsi un prodotto ed il periodo in cui lo stesso si trova nelle condizioni ottimali.

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andrea febbraio 13, 2014 alle 11:41 am

alcuni supermecati scontano i prodotti prossimi alla scadenza fino al 50% , dovremmo premiare e segnalare queste iniziative

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paola maggio 1, 2012 alle 1:28 pm

D’accordo, ma ci vorrà pure un’indicazione che ci dica entro quanto tempo il prodotto è ancora commestibile, no? Se, faccio un esempio, consumo il latte fresco due giorni dopo la scadenza, perché tanto penso che sia un’indicazione di massima, troppo in anticip rispetto all’effettiva commestibilità del prodtto, avrò una brutta sorpresa: il latte sarpà di rancido e, se scaldato, farà “la ricotta”… parlo epr esperienza diretta (purtroppo).
Ci sono alimenti che hanno date di scadenza di anni e quindi è ovvio che se li consumo dopo qualche giorno saranno ancora buoni, ma ci sono anche prodotti che si degradano. E comunque ci vuole una data, altrimenti finiremmo per consumare cibi avariati.
Meglio sarebbe, per evitare sprechi, evitare di produrre e di acquistare più di quanto viene consumato.

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