Water Footprint ovvero quanta acqua consumiamo al giorno: quasi 4000 litri a persona!

di Salvo del 27 Marzo 2012

Avete mai pensato a quanta acqua consuma ognuno di noi quotidianamente per le proprie necessità? A quanta ne consumano le industrie e le aziende? A quanta ne serve per produrre i beni di consumo utilizzati ogni giorno?
La comunità scientifica internazionale ha suggerito l’utilizzo del “water footprint” (WF).

Water Footprint ovvero quanta acqua consumiamo al giorno: quasi 4000 litri a persona!

L’impronta idrica (water footprint) è l’indicatore che viene utilizzato per quantificare il volume di acqua dolce necessario per la produzione dei beni e dei servizi consumati da un individuo, una collettività, un paese o nel mondo, con specifico riferimento alla localizzazione geografica di indagine come vi avevamo scritto nel nostro glossario:

Water Footprint che cos’è?


Le risorse di acqua dolce della Terra sono soggette a una crescente pressione a causa dei consumi e dell’inquinamento. Fino a poco tempo fa, i problemi di disponibilità, utilizzo e gestione dell’acqua dolce venivano trattati su scala locale, nazionale e di bacino idrografico. La prova che le risorse di acqua dolce subiscano cambiamenti a livello globale, ha portato un certo numero di ricercatori a sostenere l’importanza di porre i problemi relativi alla gestione dell’acqua dolce in un contesto complessivo, soprattutto perché molti paesi hanno modificato il loro consumo medio idrico risparmiando, grazie all’importazione di prodotti i cui cicli di lavorazione prevedono un uso intensivo dell’acqua.

Due ricercatori del Dipartimento di ingegneria e gestione delle acque dell’Università di Twente a Enschede, nei Paesi Bassi, hanno realizzato uno studio che mappa con elevata risoluzione spaziale l’impronta idrica (o WF, water footprint) dell’umanità e i flussi “nascosti” fra le varie nazioni.

Nello studio, pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, i ricercatori hanno dapprima realizzato una stima quantitativa del consumo di acqua di ciascuna nazione distinguendo fra acqua piovana (“WF verde”), acque sotterranee e superficiali (“WF blu”) e volumi di acqua inquinata (“WF grigia”) generata. Successivamente hanno stimato i flussi internazionali di acqua sulla base degli scambi di prodotti agricoli e industriali. Risulta che l’impronta idrica globale media annua nel periodo 1996-2005 è stata di 9087 gigametricubi all’anno (74% verde, 11% blu, 15% grigio), alla quale la produzione agricola contribuisce per ben il 92%.

Dallo studio emerge che il consumo idrico varia notevolmente da Paese a Paese. L’impronta idrica del consumatore medio globale è di1385 metri cubi. Il consumatore medio negli Stati Uniti ha un’impronta idrica di 2842 metri cubi, mentre in Cina e India questa è pari rispettivamente a 1071 e 1089 metri cubi.
Il maggior contributo all’impronta idrica del consumatore medio viene dai prodotti cerealicoli (27%), seguiti dalla carne (22%) e dai prodotti lattiero-caseari (7%). Il volume e la struttura dei consumi e l’impronta idrica per tonnellata di prodotto dei prodotti consumati sono i fattori principali che determinano l’impronta idrica di un consumatore.

Il peso dei flussi di esportazione di questa acqua virtuale risulta il dato più impressionante: nel periodo considerato il volume totale dei flussi internazionali virtuali di acqua relativi agli scambi di prodotti agricoli e industriali è stato infatti di 2320 gigametri cubi (68% verde, 13 % blu, 19% grigia).

I maggiori importatori di acqua virtuale sono gli Stati Uniti, (234 gigametri cubi all’anno), il Giappone (127), la Germania (125), la Cina (121), l’Italia (101), il Messico (92), la Francia (78 ), il Regno Unito (77) e i Paesi Bassi (71). Mentre i maggiori esportatori sono Stati Uniti (314), Cina (143), India (125), Brasile (112), Argentina (98), Canada (91), Australia (89), Indonesia (72), Francia (65) e Germania (64).

“Per alcuni paesi europei, come Italia, Germania, Regno Unito e Paesi Bassi – osservano i ricercatori – l’impronta idrica esterna contribuisce dal 60 al 95 per cento dell’impronta idrica totale. D’altra parte alcuni paesi come Ciad, Etiopia, India, Niger, Repubblica democratica del Congo, Mali, Argentina e Sudan hanno un’impronta idrica esterna molto limitata, inferiore al 4 per cento del totale.”
“Conoscere la dipendenza dalle risorse idriche situate altrove – concludono gli autori – è rilevante per un governo non solo allo scopo di valutare la propria politica ambientale, ma anche nel momento in cui si valuta la sicurezza alimentare nazionale.”

Lo studio dovrebbe fornire e far riflettere chi di dovere sull’importanza del potenziamento e della salvaguardia delle risorse idriche del pianeta nei prossimi anni, dato che la scarsità di risorse di acqua dolce cresce esponenzialmente.

Leggi anche:

 

{ 0 comments… add one now }

Leave a Comment

{ 1 trackback }