Il disastro ecologico del Lago d’Aral

di Claudio Riccardi del 27 maggio 2013

Negli anni ’30 del Novecento, tra le steppe e le montagne dell’Asia Centrale, il dittatore sovietico Stalin decise di dare forma a 5 repubbliche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan) che fungessero da serbatoio di risorse naturali e manodopera per l’allora URSS, perché ricche di minerali, gas e aree fertili, immense e poco popolate.

Queste vaste aree si prestarono ottimamente ai progetti di grandeur industriale e militare di Mosca. Complessi metallurgici e miniere rifornirono il settore delle infrastrutture ma soprattutto offrirono adeguati rifornimenti all’ìndustria bellica, che in queste lande desolate costruì siti nucleari ed eseguì decine e decine di test.

Con tutti i rischi e connessi: la contaminazione dell’atmosfera e del suolo, il problema di un’adeguato stoccaggio dei rifiuti radioattivi.

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Vi era poi l’agricoltura: terreni brulli e aridi divennero campi di grano e di cotone, un ‘miracolo’ reso possibile dalla realizzazione di un reticolo di canali, in grado di prelevare e deviare le acque dei numerosi fiumi dell’area, immissari del lago d’Aral, grande fino alla metà del secolo scorso quanto un mare. Chiamato anche mare d’Aral, in virtù delle sue acque salate.

Oggi questo bacino rischia di scomparire, è ridotto a 2 piccoli laghetti, il Piccolo Aral e il Grande Aral, separati da una grande distesa – 40.000 km quadrati –  di sabbia e sale. Quello che cioè rimane dei fondali un tempo occupati da pesci, oggi cimitero di navi arrugginite, vecchie gru e serbatoi con metalli velenosi se non radioattivi.

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Con gli eccessivi prelievi eseguiti sui due immissari (Amu Darya e Syr Darya), il lago ha ricevuto sempre meno acqua e, in virtù anche dell’evaporazione, in soli quarant’anni ha visto arretrare la linea della costa in alcuni punti anche di 150 km. Insomma, un vero disastro.

Mare d'Aral

La progressiva riduzione del Mare d’Aral

L’impatto ambientale sulla fauna e la flora lacustri è stato devastante. Per far posto alle piantagioni i consorzi agricoli non hanno lesinato sull’uso di diserbanti e pesticidi chimici che hanno inquinato il terreno circostante. Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasportando la sabbia, salata e resa tossica dai pesticidi, ha fatto diventare inabitabile gran parte dell’area e le malattie respiratorie e renali hanno un’incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell’Himalaya.

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Purtroppo, senza interventi la totale scomparsa del lago sarebbe ormai inevitabile. Le poche opere di bonifica sono iniziate solo nel 2000, con la messa in sicurezza della base militare sovietica che sorgeva su una delle isole.

I due stati che si dividono il lago, Kazakistan e Uzbekistan, hanno invece avviato strategie differenti. L’intervento kazako, finanziato dalla Banca Mondiale, si è concentrato sul Piccolo Aral e ha raggiunto dei risultati di rilievo. È stata costruita una diga per isolare il lago nella sua riva nord e ricongiungere l’affluente Syr Darya, seppure con afflusso ridotto. La superficie del lago ha ripreso a crescere e grazie alla reintroduzione di alcune specie ittiche, è tornata anche la pesca.

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Sposando invece la tesi secondo cui la situazione sarebbe troppo compromessa, l’Uzbekistan ha invece deciso di investire nel rinverdimento del deserto lasciato dal lago evaporato. Il rimboschimento con arbusti noti come “alberi del sale” sta portando benefici, soprattutto per lo schermo opposto al vento, che ha permesso di ridurre  la quantità di polveri trasportate nei dintorni.

Parliamo di opere molto costose, in ogni caso, e iniziate solo 60-70 anni dopo l’inizio del sistmatico sfruttamento della zona fatto dai sovietici. La Natura di questi luoghi è stata distrutta dal sogno di potere e di grandezza di un Impero che vedeva nella propria crescita e potenza agrcola e industriale un motivo per imporsi sullo scacchiere politico internazionale.

Oggi gli equilibri geo-politici sono cambiati e i Paesi dell’area si trovano a dover pagare un conto molto salato, lottando contro il tempo.  Tuttavia questo ecosistema, anche se verrà salvato, non tornerà mai più alle sue condizioni originarie.

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