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Cibo-spazzatura: la lotta continua ma è ancora presente nelle scuole USA come pubblicità

Continua la guerra ai cibi spazzatura (junk food) negli Usa, dove i cittadini alle prese coi problemi di obesità, e conseguentemente di salute, sono sempre di più a causa delle cattive abitudini alimentari.

Le autorità governative stanno cercando di diffondere sulle tavole a stelle e strisce una vera rivoluzione culturale, che faccia sentire i suoi benefici soprattutto tra le giovani generazioni, più attratte dai messaggi accattivanti e dalle immagini dei cibi-spazzatura, ipercalorici, ricchi di grassi, di zuccheri e perfino capaci di creare dipendenza.

Come dimostrato da numerosi studi scientifici, infatti, il junk food provoca eccitazione e soddisfazione in chi lo assume, poiché produce dopamina, una sostanza che crea piacere, attivando quelle stesse aree del cervello stimolate dalle droghe o dal tabacco. La dipendenza diventa poi la naturale conseguenza dell’assuefazione.

Dalla scorsa estate, il dipartimento dell’Agricoltura USA ha così imposto il divieto di vendita nei distributori scolastici per cioccolato, barrette ricche di grassi, patatine fritte e bevande eccessivamente zuccherate, sostituite da frutta secca, cracker e barrette integrali. Un provvedimento che ha avuto come testimonial d’eccezione la first lady Michelle Obama, a dimostrazione di quanto ormai sia sentito il problema dell’obesità, che l’American Medical Association ha ufficialmente riconosciuto come malattia.

Negli ultimi trent’anni il numero dei bambini americani obesi od in sovrappeso è raddoppiato, mentre quello degli adolescenti è addirittura triplicato, tanto che un bambino o 1 ragazzo su 3possono esser considerati oversize! Il problema dell’obesità non riguarda però solo le giovani generazioni, perché gli adulti alle prese con lo stesso disagio son saliti alla cifra record di 80 milioni, secondo gli ultimi dati trasmessi dalla National Health and Nutrition Examination Survey.

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Al di là dei provvedimenti nelle scuole, alla fine del 2013 è scesa in campo anche la Food and Drug Administration, l’ente governativo preposto alla regolazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, che ha proposto una serie di misure volte a ridurre a zero i grassi artificiali contenuti in pop corn, biscotti, patatine fritte e pizze. Quest’insieme di regole, tese ad escludere gli olii parzialmente idrogenati – causa degli acidi grassi trans- dagli alimenti generalmente riconosciuti come sani, promettono di evitare fino a 20.000 infarti e 7.000 decessi l’anno.

Le norme anti junk food nelle scuole si sono dimostrate realmente efficaci, come dimostrato da numerose inchieste. I nutrizionisti dell’Università di Chicago, ad esempio, hanno rivelato in un loro studio che le misure imposte da alcuni Stati americani o adottate spontaneamente dagli istituti scolastici,  son riuscite non solo ad introdurre alimenti più sani, quali frutta, verdura e latte scremato al posto di merendine, patatine e bibite gassate, ma anche a porre limiti precisi ai contratti con le aziende alimentari per quanto riguarda sia le forniture che le sponsorizzazioni.

Eppure, sebbene da 3 anni i cibi cucinati nelle mense scolastiche americane si devono adeguare a norme più stringenti, la questione della pubblicità non è ancora stata affrontata in modo adeguato. C’e da dire che gli stessi nutrizionisti non credono che provvedimenti tesi a vietare o limitare la presenza delle aziende produttrici di junk food nelle scuole possano avere effetti positivi verso la lotta all’obesità. La vera sfida, semmai, è rappresentata dal coinvolgimento nelle sponsorizzazioni di aziende non appartenenti al settore alimentare.

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Comunque sia, nonostante qualche miglioramento nella limitazione del bombardamento pubblicitario di prodotti alimentari nelle scuole statunitensi di ogni ordine e grado, la questione è tutt’altro che risolta.

Particolarmente pericoloso risulta il cosiddetto “effetto alone”, ossia la percezione da parte degli studenti che gli alimenti diffusi nelle proprie scuole siano di per se migliori o consigliabili, con conseguenze dannose per le abitudini alimentari dei  ragazzi al di fuori dell’orario scolastico.

Una ricerca condotta dall’Università del Michigan, pubblicata su JAMA Pediatrics, ha dimostrato che il 24,5 % degli studenti delle scuole medie e il 51,4 % di quelli delle superiori frequenta una scuola dove è presente una vendita di cibo con qualche forma di pubblicità, seppur spesso limitata al marchio sulle confezioni. Inoltre, nel 2012, è stato offerto il tipico pranzo da fast food ad almeno il 10% dei bambini delle elementari, al 18 % degli alunni delle medie ed al 30 % dei liceali.

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Laddove  gli Stati o le scuole hanno vietato forme di pubblicità diretta, le aziende produttrici di junk food hanno trovato il rimedio, insinuandosi in modi più occulti per promuovere i loro prodotti, per esempio tramite la distribuzione di coupon, così ben accetti in questo periodo di crisi, o per mezzo delle sponsorizzazioni di eventi sportivi, veri pilastri nella vita dei college, o di premi e cerimonie varie.

Nonostante ciò, alcuni dati confermano che la percentuale degli studenti soggetti alle sponsorizzazioni esclusive di bevande che prevedono specifici programmi di studio sia in diminuzione. Piccoli progressi nella lunga battaglia per ‘gettare definitivamente tra i rifiuti’ i cosiddetti cibi spazzatura.

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Published by
Marco Grilli

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